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Dopo che conseguii la licenza di caccia, per parecchio tempo
continuai ad uscire con quelli che erano da sempre i miei
compagni di caccia, mio padre e mio zio.
Al tempo possedevamo un capanno fisso in
provincia di Mantova. A Carzighetto per la precisione. Era un
bell’appostamento fatto di lamiera spessa, nel mezzo della
campagna, con due pioppi, una pianta di sorbo e un rovere. Ai
lati correvano dei filari di rovi, sambuco e rubino. Non abbiamo
mai fatto carnieri eccezionali, ma ci si divertiva.
In un punto, due campi più in là, si
congiungevano tre fossati che formavano un’ampia ansa, allora
pulita, dove ci si potevano pescare persino i lucci.
Una domenica di fine Dicembre, ci
alzammo presto come al solito per iniziare la giornata di
caccia. Quando arrivati era ancora notte, la temperatura era
rigida. Caricammo a spalle richiami e attrezzatura e a piedi
raggiungemmo l’appostamento. Dopo avere allocato i richiami e
acceso la stufetta nel capanno, ci scaldammo un po’ bevendo
caffelatte: dalla ferritoria la mattinata si preannunciava
bellissima. Il sole che si alzava faceva brillare la brina sugli
alberi e ne esaltava le forme. Una leggera brezza dondolava
le ragnatele appese tra i fili d’erba e ne faceva cadere la
brina dalle simulando una piccola nevicata. Il cielo era terso
come solo in inverno puo’ essere. Le nostre cesene si davano
da fare ed i sasselli cercavano di stargli al passo. Sembrava
una giornata promettente. Mi sentivo in pace col mondo intero.
"Non si vede un becco" pensai. Un merlo che chissà
come era capitato nelle vicinanze ci schernì per poi
allontanarsi. Un po’ deluso decisi di allontanarmi
dall’appostamento per vagare. Speravo di trovare qualche
preda. Dalle nostre parti si dice "di borsa", cioe’
di trovare qualche volatile che s’involi dal sicuro posatoio
tra il fogliame perché spaventato dal giungere del cacciatore.
Mentre camminavo col mio fedele sovrapposto,
decisi, chissà perché, di sostituire le munizioni in canna con
due cartucce del "cinque" sperando in qualche incontro
prestigioso.
Avevo
percorso un certo tragitto e mi ritrovai nei pressi di
quell’ansa di cui vi avevo parlato in precedenza. Quando mi
affacciai, con grande sorpresa mista a spavento per il fragore
delle ali, vidi involarsi a circa dieci metri da me due coppie
di bellissimi germani. Si alzarono in "formazione a
rombo" volando veloci per guadagnare quota. Passato
quell’attimo di smarrimento che coglie impreparato il
cacciatore incredulo, imbracciai d’istinto e sparai
abbattendone uno. Mi rimaneva solo un colpo, non potevo e non
volevo sprecarlo: un’occasione cosi’ non capita spesso.
Fortunatamente anche il secondo colpo ando’ a segno.Non vi
dico l’esaltazione. Un brivido dietro la schiena e la voglia
di urlare la mia felicità mentre mi rendevo conto di cosa fosse
accaduto. Erano le mie prime prede catturate da solo. Erano le
mie prime anatre. Raccolsi i morbidi pennuti e fiero presi a
camminare di gran lena tornando al capanno. Volevo condividere
quel momento magico con mio padre, raccontarlo arricchendolo di
particolari e, detto tra noi, anche di vantarmi di quel
magnifico carniere.
Raggiunto il capanno mi disfai del fucile e
depositai in bello modo i miei trofei come per abbellirli
agl’occhi di mio padre. Quegl’occhi che erano divenuti
lucidi e pieni d’orgoglio. Mi sommerse di domande. Provavo
gioia a donargli piacere. Quando in moto tornava dalle cacciate
presso le campagne Ferraresi lo avevo sempre guardato con
ammirazione. I suoi carnieri erano ben altra cosa ma ai giorni
nostri il mio era da rispettare.
Appagato presi il panino riscaldato sulla
stufa; quel panino dal quale si sprigionava il profumo durante
il tragitto d’andata. L’aroma del lardo caldo e salato
inebriava l’aria e, mentre lo gustavo, pensai che quel giorno
la fortuna ci mise lo zampino.
La caccia è fatta così... D’astuzia,
d’esperienza di delusioni ed anche di tanta fortuna.
Riccardo Moretti
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