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Presentato questa mattina a Roma da Legambiente e Arcicaccia:
buone amministrazioni a Trento e Aosta, fanno scuola gli ATC
toscani, l’Aspromonte guida le Aree protette.
A rischio la gestione della fauna in Italia: se al Centro e al
Nord la situazione è migliore, al Sud salvano la faccia solo
poche e limitate realtà. È quanto emerge dal II° Rapporto sulla
gestione della fauna in Italia realizzato da Legambiente ed
Arcicaccia che hanno promosso l’Osservatorio Nazionale di
gestione faunistica al quale aderiscono anche Federparchi,
Anagritur, Urca, Club della Beccaccia, Arcipesca Fisa,
Coordinamento Veneto e Beccacciai d’Italia.
Legambiente e Arcicaccia tramite 74 Province, 81 Aree protette e
74 tra ATC, comprensori alpini e Riserve di Caccia hanno
scattato una fotografia sullo stato di salute del patrimonio
faunistico italiano e sullo stato delle specie cacciabili in
Italia, considerando anche lo gestione della pesca nelle acque
interne.
La nascita di un Osservatorio Nazionale e la redazione del
rapporto annuale che focalizzi lo stato di gestione della fauna
e vizi e virtù dell’attività venatoria in Italia si è reso
necessario proprio perché mentre nel Paese è in corso uno sforzo
di tutela e di gestione, dal Parlamento arriva un’irresponsabile
minaccia per la fauna. E’ in atto un pressing politico per
scardinare ed annullare la legislazione di riferimento per la
caccia (L. 157) e per le aree protette (L. 394).
“Daremo voce - ha sostenuto Osvaldo Veneziano, Presidente
dell’ARCICACCIA - alla parte maggioritaria del Paese che si
oppone al tentativo destabilizzante e che in Parlamento
attraverso l’audizione delle organizzazioni professionali
agricole, delle associazioni ambientaliste e della parte
responsabile del mondo venatorio ha già espresso motivate
contrarietà alle proposte di modifica delle due leggi.”
“Quella in atto è un assalto ai sistemi di tutela degli animali
selvatici e delle aree protette, – ribadisce Francesco Ferrante,
Direttore generale di LEGAMBIENTE - che se dovesse passare
negherebbe la possibilità di un’attività venatoria compatibile.
Una controriforma frutto di una politica che non si basa su dati
scientifici a disposizione”.
La palma della concreta attività amministrativa è incardinata
nella Zona Alpi. Su tutti la Provincia di Trento, ben seguita
dalla Valle d’Aosta sia per la caccia che per la pesca nelle
acque interne.
Ottimi risultati sul fronte venatorio anche per Rovigo, Siena e
Belluno. Al contempo Vicenza, Modena e Parma attestano una
complessiva buona amministrazione nel settore pesca. Di contro,
è da assegnare un riconoscimento negativo a Roma, Sassari e Vibo
Valentia per quanto riguarda la caccia e a Viterbo, Catania e
Benevento per la pesca.
Quadro più articolato per le aree protette e gli Ambiti
Territoriali di Caccia. Con l’eccezione del Parco Nazionale
dell’Aspromonte, sono i Parchi del Nord ad ottenere i migliori
risultati: dal Parco di Portofino al Parco Nazionale delle
Dolomiti Bellunesi, dal Parco Regionale delle Dolomiti d’Ampezzo
al Parco Provinciale del Lago di Candia (TO).
Sul piano venatorio gli ATC Toscani si confermano primi della
classe. Al vertice, come sempre, Siena (ATC 19) ma ben
spalleggiata da Grosseto (ATC 6 e 7). Fanno buona compagnia
Parma (ATC 2) e Genova (ATC 2 Levante). Tutto da rifare per
Benevento, Brindisi e Rieti.
E’ il patrimonio faunistico il termometro delle politiche
conservative messe in atto dai vari Enti. E sono le specie più
vulnerabili a far scattare il campanello d’allarme, basti
pensare all’Allodola, alla Beccaccia e alla Coturnice tra le più
conosciute, le cui popolazioni sono a forte rischio di
sopravvivenza e per le quali è fondamentale un’alleanza tra ATC,
Aree Protette e Amministratori locali. Pur nella stabilità delle
popolazioni, invece, specie considerate comuni come fagiano e
lepre rimangono in bilico nei territori dove vengono fatte
immissioni cosiddette prontacaccia anzichè favorirne
l’insediamento con specifiche tecniche gestionali. In incremento
infine Capriolo, Cervo, Camoscio delle Alpi ma anche alcuni
anatidi come Germano Reale, Fischione, Alzavola.
In questo quadro rappresenta una soglia di allarme il dato
relativo agli indennizzi per i danni provocati dalla fauna. In
Italia oltre 60 milioni di euro è la stima del danno economico
provocato dalla cattiva gestione della fauna in molti territori
del nostro Paese, con particolare riferimento a cinghiali e
storni. Un corretto prelievo venatorio consentirebbe di
garantire il giusto equilibrio tra le ragioni della
conservazione della fauna e la tutela dei processi produttivi
agricoli e forestali.
Insomma, se approvate le modifiche proposte alle norme vigenti è
facile immaginare una ricerca scientifica imbavagliata, la
reintroduzione alle forme di uccellagione, la legittimazione al
nomadismo venatorio incontrollato e distruttivo, l’annullamento
della pianificazione faunistica favorendo la caccia
consumistica, dilatando tempi e specie cacciabili in contrasto
con le indicazioni dell’Europa e della scienza, prevedendo la
caccia nei parchi e depenalizzando i reati venatori.
“A questo provvedimento, che fa terra bruciata - concludono
Veneziano e Ferrante – di ben dieci anni di ricerca e lavoro, ci
opponiamo nella maniera più assoluta. È inaccettabile che il
Parlamento avvii un dibattito su un argomento così delicato in
antitesi alle conoscenze scientifiche”.
L’Ufficio stampa Legambiente 06.86268355-99
L’Ufficio stampa Arcicaccia 06.4067413
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