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Racconti di Caccia

 

Ricordi….

Ricordo da piccolo, la Domenica in auto con papà e zio, al ritorno dalla giornata di caccia, automobili con appesa la selvaggina a fare bella mostra, ricordo le persone per strada che applaudivano e ammiravano le prede.
Ricordo le giornate passate a decidere il luogo dove andare, a perlustrare ad immaginare e a sognare.
Ricordo al ritorno dalla caccia la meticolosa pulizia degli uccelli da richiamo che ci aiutavano nella nostra impresa, il premio dato a quello che meglio si era comportato durante la battuta.
Ricordo un ribaltamento dell’auto dentro ad un fosso perché il terreno era molto scivoloso, tanto da non riuscire a tenere la macchina ed i momenti passati poi a riderci sopra.
Ricordo le stradine di campagna gelate e rese bianche dalla brina con, alle spalle, le gabbie dei richiami che pesavano ma che tale peso svaniva nel sentire i sasselli che iniziavano a gorgheggiare ancora prima di esporli.
Ricordo la nebbia il suo odore caratteristico che ancora adesso m’inebria, tanto da quasi assaporarlo, tanto da aspirare a pieni polmoni per odorarlo fino in fondo.
Ricordo i carnieri, a volte sufficienti e appaganti a volte invece inesistenti.
Ricordo il tepore del caffelatte appena uscito dal thermos che scaldava le mani.
Ricordo i momenti passati a disporre gli stampi delle pavoncelle ed attenderle con grand’eccitazione ed a volte neanche sparargli perché appagato solo dal fatto che avevano creduto al gioco.
Ricordo persone…..persone come me, che nei campi ci andavano battendo latte e pentole cercando di disturbare l’azione di caccia ma che non ottenevano altro che spaventare a morte la selvaggina.
Ricordo persone…..persone come me che dicevano “..sei un assassino”.
Ricordo persone…..persone come me che mi hanno bruciato od abbattuto il capanno non pensando che mi era costato fatica e soldi.
Ricordo persone…..persone come me che fino il giorno prima mangiavano la cacciagione alla mia tavola ed il giorno dopo, senza avere neppure il coraggio di guardarmi negli occhi, si comportavano come Giuda
Ricordo persone…..persone come me godere nel disturbare le azioni di caccia dopo vestiti i panni di rappresentanti  statali.
Ricordo persone…..persone come me che mi hanno rinchiuso in un perimetro obbligandomi a cacciare in metà della mia Provincia, limitandomi la libertà.
Che dire…..i ricordi sono tanti, ricordi di un giovane cacciatore, che non ha avuto la fortuna di suo padre, cacciatore in piena libertà, cacciatore che cacciava in un’epoca dove eravamo visti quasi come cavalieri.
Epoca dove non c’era la smania ossessiva di salvare un selvatico, dove l’uomo non era paragonato agli animali, dove i bambini non allevavano animali elettronici, non combattevano chissà quali guerre cosmiche contro civiltà aliene, non imparavano ad uccidere spie nemiche.
Epoca, quella di mio padre, dove i figli di quell’uomo andavano in campagna a godersi la natura ed a conoscere le fatiche degli agricoltori per apprezzarne i frutti.
I ricordi sono ricordi è vero ma alcuni mi fanno sentire orgoglioso di appartenergli ed è per questo motivo che questa sofferta passione è ancora tanto radicata dentro di me è una passione antica come il mondo, una passione che fa pensare a spazi sconfinati che mi fa sentire libero ed immerso in una dimensione meravigliosa ed essere felice di farne parte.

Una passione che, per colpa d’alcuni estremisti, spero non diventi solo un ricordo.

Riccardo Moretti

 

Una nuova alba si avvicina. Una nuova alba di caccia.

Si rinnovano i progetti, le speranze, le illusioni. 
Ci si prepara come si fa al primo appuntamento con una bella ragazza, tutto deve essere perfetto, pulito, magari profumato: forse non di lavanda o mughetto, ma per un cacciatore quale profumo da più emozioni di quello dell'olio del fucile o della polvere da sparo?
Ogni estate si rincorrono le stesse domande e le stesse, solite e inconcludenti risposte.
Ci sono le tortore? Il calendario regionale è pronto? Che novità quest'anno? Sono aumentate le tasse? Non si sa, forse, speriamo, magari...
Poi un bel giorno di fine Luglio ecco il calendario venatorio: novità qualcuna, stravolgimenti nessuno. Inizia il rito della preparazione! 

FASI DELLA PREPARAZIONE 

1° -   preparazione abbigliamento: lavaggio e stiratura dei capi da usare          all'apertura, solo lavaggio per i capi invernali.

2° -   ricerca stivali e scarponcini regolarmente smarriti all'atto della      chiusura della stagione precedente.

3° -      rifornimento munizioni per apertura (tortore-quaglie-fagiani)                   

4° -      preparazione richiami a bocca e non, occhiali, coltello, strozzatori   con chiave, accessori vari.

5° -   controllo efficienza fucili, con ennesima passata di pezzuola.

6° -      varie ed eventuali. 

I pantaloni sulla coscia destra e i gilet sul retro, nonostante accuratamente lavati, presentano indelebili macchie di sangue, che in un primo momento fanno avanzare l'idea di un nuovo acquisto ma che poi, con la voglia di risparmiare, vengono considerate la prova appunto indelebile della nostra abilità venatoria: tanto sangue-tante prede (e non suoni come un proclama di distruzione). 
Berretto, gilet, t-shirt e pantaloni vengono appesi in camera verso il 10 di agosto, e sembrano quasi un manichino con le nostre sembianze che sembra dirci :"Amico mio..sei sicuro di essere normale?".
Il giorno più bello e al contempo più brutto dell'attesa di una nuova stagione di caccia è quello del ritiro del tesserino al municipio.
Dal quel giorno è tutto pronto e per questo lo stillicidio diventa ancora più crudele; il conto alla rovescia si fa lento, lentissimo. 
Dall'istante in cui il nuovo libretto blu arriva tra le nostre dita non ci sono più scuse da accampare con la nostra coscienza di finti indifferenti.
E il programma per l'apertura diventa sempre più concreto.
Ai primi di Agosto si da ogni anno per certa l'apertura sulle montagne di una regione vicina, dove orde di colombacci non aspettano altro che di essere abbattute a forza di Tecna 1,75-35 piombo 6.
Intorno al 20 dello stesso mese, accantonata regolarmente l'ipotesi colombacci per cause mai chiarite, si fanno vivi i soliti fantomatici (ma esistono davvero?) amici di amici di amici che ci promettono un'apertura a tortore a qualche decina di km. da noi, con zona concessaci in esclusiva e carnieri simili a quelli del Marocco. 
Anche questa ipotesi va regolarmente a farsi benedire, poichè al momento della stretta finale dell'accordo, scompaiono gli amici, gli amici degli amici e gli amici degli amici degli amici.

Eccoci qui quindi al rituale momento della scelta:

- Tortore? Sì ma con che proporzione tortore/cacciatori?

- Fagiani pronta caccia? Sì ma se non volano bene e il cucciolone li  abbocca vivi?

- Quaglie? Sì, ma se non c'è una notte di passo niente quaglie e si arriva

   in ritardo anche a tortore e fagiani.

Conclusione: come sempre ci si vedrà la sera prima e si deciderà all'ultimo momento, perchè comunque l'importante è esserci e perchè una stagione senza giorno d'apertura è una stagione che finisce senza essere mai cominciata.

In fondo io credo, il segreto di questa nostra passione stia proprio in quel come sempre, nel rinnovarsi dei rituali, nel ritrovarsi delle abitudini, nel rinfocolarsi delle amicizie solo apparentemente sopite nei lunghi mesi di riposo.

La sera del primo giorno di caccia le prede saranno state poche, ma le emozioni no, di quelle ne avremo avute tante, come sempre.

Gianni Orlando

LA MIA PRIMA REGINA

di Dario Bolpagni

Questa avventura credo che  restera’ impressa nella mia mente fino alla fine dei miei giorni.
Era domenica 18 novembre 2001 ed era anche la mia prima licenza.
O meglio, ho cominciato a vivere la caccia dall’eta’ di otto anni quando accompagnavo mio padre,raggiunta la maggior eta’ purtroppo mio padre e’ venuto a mancare,ho fatto ancora un paio di uscite con i suoi compagni di caccia, ma i ricordi delle cacciate in compagnia di mio padre mi devastavano,la ferita era ancora troppo fresca,e l’assenza di quella figura che ai mie occhi pareva un Dio, era insopportabile.
Parecchi anni dopo un carissimo mio amico,rinnovo’ la sua licenza dopo una lunga pausa, non riesco a spiegare cosa mi sia capitato, come se la mia passione repressa per tanti anni fosse scoppiata di botto.
Torniamo a quella famosa domenica:
Si cacciava nell’ambito di “Varzi Apennino 1” il mio 2° ambito, in compagnia dei miei compagni di caccia, Peppino, mio grandissimo amico, che nonostante i suoi 70 anni e’ capace di sfiancare i cani dopo ore e ore di arrampicate in montagna senza mostrare un briciolo di stanchezza, Il Buk un Drathar di 6 anni (un naso spettacolare,peccato pero’ che caccia da solo) e il Dik un gordon di 5 anni. Stavamo battendo un canalone,ad un tratto il braccare insistente del Buk richiama la nostra attenzione, era circa a duecento metri sotto di noi e stava salendo all’esterno del canalone dentro nel fitto.Peppino disse “sta braccando la lepre,stai all’erta che la butta fuori, io scendo piu’ in basso”. 
Passano circa 5 minuti ed ormai il Buk non si sentiva piu’ , ad un tratto le sue scagnate antisonanti si rifecero sentire, questa volta all’interno del canalone,decido di addentrarmi dentro quando vedo la sagoma dell’Dik ferma.
 
Sembrava fatto di marmo non si muoveva nemmeno un muscolo.
Fui travolto da una feroce emozione, ad un tratto fu come se fossi stato scaraventato in un'altra dimensione,non esisteva piu’ nessuno ,io e il Dik che fissava l’ignoto bello come pochi.
Non esisteva piu’ nemmeno un suono,ero pronto con il mio fucile in direzione del Dik.
Si era creata una strana atmosfera , sapeva di qualcosa di magico,di paura di sbagliare qualcosa a causa della mia inesperienza,di ansia perche’ anche se lo speravo con tutte le mie forze non sapevo se era davvero la regina.
Ricordo che in quel frangente mi rivolsi col pensiero a mio padre dicendo “ti prego non farmela sbagliare” improvvisamente qualcosa parti’.
Eccola!!!  sua Maesta’.
Uno splendore superbo (ora capisco cosa vuol dire essere stregati da lei) un lampo ,pareva una saetta che sfrecciava verso la cima di quei alberi.
Dopo un micro secondo di smarrimento,imbraccio il fucile in direzione di lei, e’ successo talmente velocemente che non ho avuto nemmeno il tempo di ragionare la fucilata.
Gli butto la prima e vedo la sua sagoma ribaltarsi in aria e cadere piu avanti perdendola di vista a causa degli alberi che limitavano la visibilità,Dik era gia’ partito come una scheggia ed io ero ancora incredulo di quello che era appena successo,un attimo dopo vedo riapparire Dik con una sagoma scura in bocca .l’avevo presa.
Un fiume di andrenalina mi travolse,mi misi ad urlare come un pazzo chiamando Peppino.
” Peppino Peppino l’ho presa l’ho presa”.
 
Avevo tra le mani la famosissima beccaccia, quel lusso che si pensa che appartenga solo agli altri.
Questa fucilata, non tanto fine a se stessa,mi ha ripagato abbondantemente di tutte quelle uscite ad arrampicarci come capre,e a faticare come asini,senza che il cane faccia buono, e senza mai togliere il fucile dalle spalle.
Noi non abbiamo cani beccacciai,non siamo specialisti,anzi siamo anche un po’ sfigati, ma quelle poche (7) che abbiamo preso sono sufficienti a farci cadere in imbarazzo.
Magari quando in compagnia di altre persone ,noi siamo nettamente assenti con gli occhi che ci brillano e con la mente proiettata a quelle avventure vissute con persone vere,che chi non e’ cacciatore non potra’ mai capire,perche’ i nostri ricordi ci rendono le persone piu’ ricche del nostro meraviglioso mondo.  
Dario Bolpagni

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LA VITA E’ UN VOLO DI COLOMBACCI

Biografia di un cacciatore tradizionale di colombacci

 

Non amo fare cose semplici. Giorno e notte per tredici mesi penso al mio capanno, lo sistemo, cerco di perfezionarlo, lo sposto, chiedo consiglio ai migliori, vengo criticato, mi arrabbio, addestro e curo i volantini, li seleziono meticolosamente, vorrei creare nuove razze, vengo ancora criticato, riconosco i miei errori, rifletto e vado per la mia strada. Vorrei pensare come un colombaccio, avere i suoi occhi, volare in alto, respirare il suo vento, li odio e li amo, mi fanno star male, mi regalano emozioni uniche, divento egoista, vorrei che nessuno gli sparasse, vorrei essere una quercia, a volte sono irraggiungibili, vorrei ucciderli tutti e dopo farli volare via, vorrei essere un falco, odio il falco, vorrei un bosco solo per me, amo il bosco, vorrei che nessuno ci mettesse piede, amo cacciare da solo, vorrei quello che non posso e  sogno il cielo terso e il vento propizio.

Tutto questo solo per cacciare  nel sacro ottobre. Sono pochi i giorni di questo mese dove posso vederli  solcare il cielo del mio capanno, in quei momenti l’emozione è come la dinamite ma devo essere freddo, il minimo errore comprometterebbe tutto, e poi  quanto altro tempo dovrà passare per vederli ancora ? chi può dirlo! solo Dio lo sa, riprendo in mano la  pazienza  stropicciandomi gli occhi attaccati al mio cielo, nell’attesa dell'unica preda.
Per chi ha conosciuto l’amore,  la dedizione e il rispetto è difficile far capire cosa vuol dire attendere un intero anno e poi ore ed ore in ottobre, amando incondizionatamente tutto quello che ti circonda, ogni foglia ogni ramo, la pioggia e il vento, anche quello cattivo. Molti pensano che sia affascinante  il vorticare del selvatico sopra la testa, chi dice il contrario, quello però è solo il momento massimo dell’espressione di quest’arte  è l’esplosione della dinamite, per arrivarci devi amare e soffrire un intero anno. Mi sono avvicinato per la prima volta ad un capanno nell’ottobre del 1984, non avevo ancora il porto d’armi e in quel periodo durante un pomeriggio, insieme a mio padre, ho assistito alla mia prima posata,…… sparai un colpo, un solo colpo, e ne cadde uno, in quel momento capii che stava nascendo la mia più grande passione, quella scena rimase scolpita nella mia testa.
Da quell’ottobre, a causa del mio lavoro, per quattro lunghissimi anni, non sono più andato al capanno, e in quei tristi mesi d’ottobre,  ogni anno,  chiedevo a mio cugino, proprietario dell’appostamento, come andava il passo delle palombe, nell’attesa, sognavo quell’unica  posata,  il battito d’ali e del mio cuore,  la gioia per la cattura del nobile selvatico, il mio battesimo.

In Umbria, quella dei contadini, viene spesso citato un detto:-    “ Con il tempo e con la paglia si maturano le nespole” e così Dio mi ha permesso di approdare nell’amatissima terra di Maremma, dove dall’ottobre 1987 ho iniziato a vivere con i miei sogni di cacciatore.

La vita, è un volo di colombacci…….un attimo.

nella vita di tutti i giorni sono e rimango un cacciatore di colombacci, tutto in me si è mescolato con  questa  attività, non potrei immaginare la mia esistenza senza questa caccia, credo morirebbe la parte migliore di me stesso. Quando arriverà il momento di salutare il mio mondo non morirà la macchia dell’Argentiera, continuerà a vivere  nei miei  diari, nelle parole scritte,  nelle ali dei figli del vento che continueranno a solcare il cielo d’ottobre. Quando penso al mio capanno sento la musica del vento infrangersi nelle foglie degli alberi, vedo l’alba e respiro il profumo del bosco, nessuno potrà mai togliermi questo, è tutto il mio patrimonio, perché è già scritto, sono le mie emozioni, racchiuse e custodite nella parte del mio cuore dove ci ho messo le cose preziose.

L’importanza del perpetuarsi dell’antica tradizione della caccia alle palombe

Tutte le situazioni che si vengono a creare nella nostra vita, attualmente, ci  spingono nella direzione opposta. In passato si viaggiava a piedi, poi è arrivato il carro a buoi, quindi l’automobile. Le aspirazioni e le ambizioni sono cresciute; oggi se in macchina non c’è l’aria condizionata non ci si mette neanche piede: come si fa senza aria condizionata ! Le virtù della pazienza e della sopportazione si indeboliscono sempre di più. Cosa c’entra questo con la caccia? La caccia, come dice un mio caro amico: è scuola ed è vita, amicizia e rispetto per tutto ciò che crea la natura, il cacciatore di oggi vive come il cacciatore di ieri, emozioni e fantasie di oggi sono  le stesse che provava mio nonno Oreste quando i tordi si posavano sulla sua quercia, autentica opera d’arte, modellata sapientemente nel tempo da cure meticolose.

Ottobre è come un incantesimo, sento un fremito, forse è lo stesso che provano i colombi che si stanno  preparando per il grande viaggio.   

  

               Luca Bececco