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Un patrimonio da gestire: la selvaggina stanziale

Analisi poco scientifica e molto sentimentale di un cacciatore

Questi "pensieri sciolti" sono strettamente personali. Vogliono essere un monito, un punto di partenza ed un momento di riflessione per tutti coloro che amano la natura, la ruralita’, la liberta’, la caccia. Tutti possiamo fare qualche cosa.

Fongaro Renato

La diminuzione della selvaggina inizia negli anni ‘50 con l’avvento delle prime macchine agricole, la sostuzione della concimazione "naturale" con quella chimica e l’abbandono dei terreni a redditivita’ bassa (montani e premontani). I piccoli appezzamenti presidiati dall’agricoltore, divengono gandi monoculture dove per la stanziale e’ difficile il sopravvivere. Le monoculture riducono drasticamente gli ecotono di margine. Queste zone "franche" chiamate anche semplicemente "bordure", sono l’icontro di due ecosistemi differenti. Non ci avrete mai prestato attenzione ma il bordo di un maggese che incontra una capezzagna e’ un ecotono di margine, come anche l’incontro della piantagione di mais con un vigneto o con un prato. La maggior parte della selvaggina stanziale staziona proprio qui. Il mescolarsi di due monocolture in una ipotetica linea di confine, da’ adito a piu’ specie di coesistere. Non parlo solo di selvaggina ma anche d’insetti, larve, etc. Ecco che l’ecotono di margine diviene zona di elezione per l’alimentazione della progenie dei fasianidi e zona di pascolo per gli adulti che, sempre in stato di allerta, possono scegliere quando incalzati dai predatori, di sottrarsi di pedina inoltrandosi nel folto oppure involarsi. Queste zone vengono definite le "oasi della selvaggina stanziale". Anche i trattamenti chimici antiparassitari ed i raccolti eseguiti con mezzi meccanici, incidono in modo determinante in due punti cardine del ciclo biologico della selvaggina stanziale: l’alimentazione e la riproduzione. E’ dato di fatto che i trattamenti antiparassiari, oltre che diminuire gli insetti presenti, creano stati d’avvelenamento negli animali che si nutrono d’insetti e d’erba. Il dilavamento delle colture provocato dalla pioggia, crea pozzanghere d’acqua dove si raccolgono alte concentrazioni di antiparassitari e dove gli stessi volatili s’abbeverano. Anche la lepre ne fa le spese cibandosi nei medicai ed allattando i propri piccoli.

La riproduzione e’ di difficile studio. Si e’ a conoscenza del fatto che certi insetticidi a determinate concentrazoni ematiche conducono a sterilita’. Le nidiate portate alla schiusa, devono fare i conti con la rarefazione degli insetti presenti sul territorio e le macchine agricole che, durante il raccolto, non mietono solamente le messi. Vi ricordo che la dieta dei fasianidi nei primo 50-60 giorni di vita deve essere prevalentemente proteica (insetti) per un normale sviluppo armonico.

I predatori (gazze, cornacchie, volpi e donnole) concludono l’opera. I predatori naturali, avendo capacia’ di variare il loro modus vitae, divengono sempre piu’ pericolosi per la selvaggina che non evolvendosi e non vivendo in territori adatti alla fuga, non ha modo di sottrarsi alla morte. La predazione e’ istinto naturale che porta queste specie a catturare un numero di fasianidi e lepri in esubero rispetto al fabbisogno nutrizionale. Sono stati piu’ volte rinvenuti un numero di carcasse di selvaggina stanziale non scarnificate ed in stato di putrescenza avanzata nelle tane di volpe. Cio’significa che la volpe, oltre che per fabbisogno nutrizionale, caccia per diletto.

Nidiate di fasianidi da me seguite, si sono drasticamente ridotte da 12 esemplari a 3 in poco piu’ di 2 mesi (in zone a "nocivi" non controllati).

In ogni caso, il primo anello della catena rimane l’interesse da parte dell’agricoltore di incrementare la redditivita’ degli appezzamenti agricoli. L’allontanamento da parte del coltivatore diretto dalla caccia, ha fatto dimenticare l’amore espresso dai suoi progenitori nei confronti della selvaggina.

L’introduzione delle leggi europee in fatto di tutela della fauna sono ancora mediocramente impostate. Gli appezzamenti a perdere (set a side) dovrebbero essere orientati ed inseriti tra le varie monocolture per aumentare gli ecotono di margine. La legge vigente permette di rendere set a side strisce di terreno inutilizzato (anche larghe un metro per centinaia di metri) lungo canali e fossi dove l’agricoltore non oserebbe portare la sua macchina agricola. Sembra una presa per i fondelli. La posa di siepi (rifugio e nidificazione), alberi al posto di "pietre di confine", piccole "strisce" a perdere di sorgo e grano saraceno, dovrebbe essere un punto di partenza degli organi competenti. La sensibilizzazione del mondo agricolo comincia dalle leggi e dagli incentivi (che la Comunita’ Europea ha gia’ messo a disposizione). E’ ora di sfruttarli in modo coerente.