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A caccia in montagna non s'incontra solo selvaggina.
Curiosita' della fauna alpina.


Di R.fongaro




Quanto si è detto nei riguardi della specializzazione dei vegetali per l'ambiente alpino e della loro morfologia e fisiologia di adattamento, vale anche (seppure con modalità molto diverse) per gli animali che vivono al di sopra del limite superiore della vegetazione forestale. Su questi organismi sono ancora le basse temperature e le basse pressioni atmosferiche ad imporre dei limiti qualitativi e quantitativi e non la pressione venatoria.

Non pare abbia invece molta importanza la diminuzione della quantità di ossigeno neppure sugli animali omeotermi, a meno che si tratti di condizioni veramente estreme (oltre i 4000 m circa, anche per l'uomo).

Notevole l'adattamento alla vita d'altitudine, benché la buona stagione sia di breve durata, mediante il letargo o la diapausa: stadi di quiescenza più o meno lunghi, che permettono la sopravvivenza di numerose specie, ad esempio delle marmotte, in cui intervengono positivamente sia il rifugio entro tane, sia notevoli riserve di grasso che l'animale accumula durante la breve estate. I periodi di quiescenza determinano, nei soggetti, una notevole riduzione di tutti i fenomeni metabolici e del ricambio.

Altrettanto importante, per le specie che ne sono soggette, è la muta che, com'è noto, è caratteristica sia di Mammiferi (es.: lepre variabile, ungulati), sia di Uccelli (es.: pernice bianca). In questi animali, la pelliccia o le penne e le piume, si presentano 'intonate' all'ambiente, a seconda che si tratti del periodo stagionale nevoso (livrea bianca) oppure del periodo a suolo scoperto (livree grigio-brune). La muta invernale comporta, nello stesso tempo, un infoltimento dei peli e delle piume, a protezione contro le basse temperature, mentre il mutamento 'mimetico' del colore può essere legato a una funzione protettiva nei confronti dei predatori.

È noto che in numerose specie animali d'alta montagna si osserva, con una certa frequenza, il fenomeno di melanismo. Le forme melaniche, ossia quelle variazioni con colorazioni tendenti al bruno-nero di tutto l'animale o limitate soltanto a particolari zone (punte delle orecchie, zampe e coda), sembrano essere in relazione alla maggior esposizione della parte alle basse temperature, per cui l'animale supplirebbe allo scarso apporto di calore endogeno colorando tali zone di bruno o nero con la funzione di assorbire più completamente le radiazioni solari.

Circa i fenomeni della riproduzione, si è accertato che numerose specie ovipare si trasformano, in alta montagna, in vivipare od ovovivipare. Si è oggi d'accordo nell'intravedere, in questa trasformazione, una conseguenza soprattutto del rallentamento del metabolismo, dipendente dalla severità del clima.

Anche la partenogenesi, frequente fra gli Artropodi alpini, e il meiotterismo (riduzione dimensionale delle ali in numerosi Insetti) sono fenomeni di adattamento. Nel primo caso viene assicurata la riproduzione senza l'intervento di un individuo maschile fecondatore.

Circa la riduzione delle ali si sono portate in causa numerose ipotesi, quali ancora la riduzione del metabolismo, non attuale, ma durante l'evoluzione che ha accompagnato i periodi glaciali e la frequenza di forti venti che renderebbero difficile il volo a specie ad ali ampie.

Naturalmente, nei riguardi della fauna alpina, sono condizioni essenziali la struttura della vegetazione e lo stesso substrato, il quale ora più secco ora meno, ora addirittura acqueo, determina spesso anche l'isolamento di specie animali (come la marmotta del mote Baldo che oggi presenta folte colonie non in contatto tra loro). Considerando i vari gruppi sistematici di animali, possiamo dire che quelli ad avere rappresentanti alle massime altitudini sono gli Insetti.

Gli Uccelli alpini non possono, per la loro grande possibilità di spostamento e di adattamento, essere rigidamente 'livellati': è nota la possibilità dell'aquila reale di volteggiare oltre i 3000 m d'altitudine. La pernice bianca (Lagopus mutus helveticus) è frequente oltre i 1000 m d'altitudine e non scende che di rado sotto i 500 m.

I Mammiferi sono rappresentati, nella fascia alta delle Alpi, da:

-Lo stambecco (Capra ibex) artiodattilo della famiglia dei Bovidi; diffuso un tempo su tutte le catene montuose d'Europa, vive ora soltanto nel Parco nazionale del Gran Paradiso e in poche altre zone delle Alpi. Il maschio ha corna anellate e lunghe in media 70 cm; la femmina ha corna più corte.

Lo stambecco è un ruminante delle dimensioni di una capra (circa un metro e mezzo di lunghezza), ma assolutamente tipico per via delle lunghe e pesanti corna permanenti (anche 15 chili) a forma di scimitarra. Preferisce le rocce e le pietraie di alta montagna, anche al di sopra del limite della vegetazione arborea: le zampe, abbastanza brevi, sono dotate di larghi zoccoli e di "suole" elastiche con margini taglienti durissimi, molto adatti a far presa nell'arrampicare. La sua agilità nel saltare a zampe unite da una rupe all'altra, con forti dislivelli, è senza paragoni. I maschi hanno una sorta di barba sotto il mento; le femmine, più piccole e slanciate, hanno anch'esse le corna, sia pure di dimensioni minori.

Il pelo è color fulvo chiaro, bianco sul ventre e nero su fianchi e coda, con tendenza a scurirsi col passare degli anni. D'inverno, per migliorare la protezione dal freddo, si sviluppa una fitta lanugine che gli animali perdono poi in primavera (quando scendono verso il fondovalle in coincidenza con la stagione della riproduzione) strofinandosi contro le rocce. Piuttosto silenzioso, non è difficilissimo da avvicinare: alla fine della giornata si sposta in branchi verso il basso, al pascolo, ed è forse il momento più adatto e spettacolare per attenderlo in silenzio e osservarlo.

-Il camoscio (Rupicapra rupicapra) è un’artiodattilo ruminante della famiglia dei Bovidi. Alto fino a ca. 90 centimetri, ha corna brevi, curvate indietro a uncino, zampe lunghe e agili, pelo bruno fulvo, corpo robusto. E’ diffuso, al di sopra dei 1000 m, sulle Alpi, sui Carpazi, sui Pirenei, in Asia Minore e nel Caucaso. E’ considerato un ruminante d'alta montagna (fino a oltre il limite della vegetazione arborea), lungo un metro e venti circa, con coda corta (circondata alla base da una piccola area chiara) e tipiche corna nere uncinate. Porta sul muso una "mascherina" bianca e nera, ed è privo di barba; le corna, più piccole nella femmina, sono permanenti. Il pelo è più lungo d'inverno, e soggetto a mute.

Le zampe, molto robuste, poggiano su zoccoli durissimi e con orli taglienti; la pianta del piede è invece morbida, per adattarsi alle scabrosità delle rocce. È un animale straordinariamente agile, capace di superare a balzi sicuri i burroni, e di coprire in pochi minuti dislivelli di parecchie centinaia di metri. Si nutre di varie erbe, ma anche di germogli di specie legnose comprese, in inverno, le conifere. I branchi (anche una trentina di femmine, piccoli e giovani) si muovono verso il pascolo prima del sorgere del sole guidati da una femmina anziana, percorrendo sempre gli stessi itinerari. Al minimo segnale di pericolo un individuo del branco si irrigidisce e fischia acutamente dal naso, battendo lo zoccolo anteriore; e il branco fugge.
E' massiccio, le zampe sono forti e dotate di tendini eccezionalmente resistenti per arrampicarsi o scendere di corsa lungo i più ripidi pendii rocciosi. Le due metà dello zoccolo, dalla superficie plantare capace di grande aderenza sulla roccia, si possono divaricare ad angolo retto per milgiorare la presa o frenare sulla neve. Le corna ricurve all'indietro nella parte terminale, invece, servono soltanto nei combattimenti tra maschi ed i cacciatori e selecontrollori decifrano l'età dell'animale in base al numero degli anelli di crescita. Maschi e femmine vivono separati per quasi tutto l'anno. Le femmine abbastanza attaccate alla zona in cui sono nate, i maschi invece, a partire dai quattro-sei anni di età, si allontanano verso altri pascoli e altri branchi. Tornano insieme tra novembre e dicembre, per la stagione riproduttiva, il periodo di più intensa attività. I maschi più vecchi e più forti, che hanno resistito al freddo di molti inverni, alle malattie e agli attacchi dei predatori e dei parassiti sono quelli che si accoppiano più spesso. Ciascuno di loro possiede un "harem" composto di femmine dalle quali tiene lontani i maschi più giovani. Quando uno di loro si fa avanti, i due camosci si affrontano con prove di forza e inseguimenti. Ma tenere lontani i concorrenti non è tutto. Occorre anche scoprire qual è il breve periodo dell'estro delle femmine, sempre irrequiete e pronte a lasciare il branco, e guadagnarsene la fiducia. I piccoli nasceranno molti mesi più tardi, tra maggio e giugno, al ritorno della bella stagione.

-La lepre variabile (Lepus timidus varronis) vive oltre i 1500 metri di altitudine fino a 3500 m. La livrea invernale e’ bianca, quella estiva grigiastra. Non c’e’ molto da dire su questa specie in quanto non differisce dalle altre specie di pianura se non per peso (2,5 kg circa), forma della testa (meno affusolata) ed orecchie (piu’ corte). Gli occhi sono inseriti nel cranio leggermente piu’ in alto rispetto alle lepri di pianura (adattamento nei confronti dei predatori). L’alimentazione e’ indirizzata verso erbe d’alta montagna, piccoli arbusti, muschi e licheni (d’inverno).

La riproduzione e similare alle altre specie di lepri (europea ed italica).

 

-La marmotta (Marmota marmota).Può raggiungere una lunghezza di 58 centimetri più la coda (15 cm circa), un peso di 8 chili e un'altezza di 10 centimetri. Il pelo è folto e ruvido, di color grigio marrone, più chiaro sul ventre. La coda cespugliosa termina con una punta nera. Le orecchie sono piccole, il naso nero e glio occhi marrone scuro. Generalmente vive in colonie. Quando escono al sole alcuni esemplari rimangono di vedetta e in caso di pericolo lanciano un prolungato fischio. Quasi sempre, prima le sentite poi le vedete. L’attività si svolge, in genere in un’area ben definita, chiamata "home range". Un territorio in cui la famiglia struttura e divide le proprie attività. Vi é una zona centrale, dove è dislocato il sistema di tane princi-pali tra cui quella di ibernazione, quella per il parto, le latrine, ed una zona periferica dove si trovano le tane secondarie.

Il territorio familiare viene scelto in base all’esistenza di possibili "punti di osservazione", rocce o tronchi generalmente nelle zone periferiche dell'area, lontani dalle tane, e i punti di riparo, luoghi di rifugio e, contemporaneamente, punti strategici dai quali è possibile effettuare un completo controllo dell'area.
Un gruppo familiare osservato e’ riuscito a colonizzare circa 4 ettari del monte Baldo (versante della val d’Adige), dove ha scavato un sistema di tane.
La marmotta è un animale diurno ed amante del sole; non lo troveremo mai all’aperto di notte e nelle giornate piovose; al mattino va alla ricerca di erbe aromatiche, durante il resto della giornata prende il sole. La marmotta è un mammifero dell’ordine dei roditori, sottordine dei sciuromorfi, appartenente alla famiglia degli sciuridi, genere Marmota. In Italia è diffusa su tutto l’arco alpino in modo più o meno continuo. E’ un animale sociale, territoriale, che vive in un gruppo di animali consanguinei, impegnati tutto il giorno a scavare tane e nutrirsi; i componenti del gruppo marcano il loro territorio. L’esistenza della marmotta può raggiungere i 14 anni; le malattie ne riducono tuttavia la vita media. La predazione naturale(inesistente) ed il divieto di cacciarle sta portando allo studio questa specie

ad un sicuro tracollo. Le varie colonie, praticamente mai in contatto tra loro, non possono scambiarsi partners e migliorare cosi’ la ricombinazione genetica di cui una specia abbisogna per proliferare in maniera sana. 

-Il Muflone (Ovis musimon) e’ un ruminante della famiglia dei Bovidi, originario della Sardegna e della Corsica. I maschi sono dotati di grosse corna ricurve indietro e in basso.

-Il capriolo (Capreolus capreolus) è un’artiodattilo ruminante appartiene alla famiglia dei Cervidi. Più piccolo del cervo, ha corpo snello, pelo bruno rossiccio, corna caduche, ramificate nel maschio. Vive in alcune zone d'Italia e nei boschi dell'Europa centromeridionale. Si ciba di erbe e bacche. Timido e solitario, il capriolo non è un animale facile da avvistare. Anche perchè il suo ambiente preferito è quello chiuso del bosco temperato o della boscaglia, con folto sottobosco. Alla vita nel bosco il capriolo - che appartiene alla famiglia dei Cervidi - è particolarmente ben adattato. Infatti è piccolo (fino a 80 cm di lunghezza, per un'altezza alle spalle che non supera i 70 cm) e i palchi (non corna, perchè sono costituiti da tessuto osseo vero e proprio) sono corti, con tre o più diramazioni rivolte all'indietro perchè non si impiglino nei rami più bassi.I piccoli hanno il mantello scuro con strisce di macchie bianche lungo i fianchi che ricordano l'alternarsi di luce e ombra creato dal sole che si infiltra nel sottobosco. Il mantello degli adulti è invece rossiccio, che tende al bruno d'estate e al grigiastro d'inverno. Importanti per il riconoscimento sono le macchie chiare sulla gola e nella parte posteriore. Queste ultime sono reniformi nei maschi e a forma di cuore nelle femmine. I caprioli vivono insieme solo per un breve periodo dell'anno, nella stagione degli amori, alla fine dell'estate. Essendo praticamente indifesi, è probabile che i caprioli abbiano scelto di vivere isolati perchè in questo modo sono più difficilmente individuabili dai loro tradizionali predatori: lupo, volpe, lince e gatto selvatico. Vive fino a 2000-2200 metri di quota. Ha la tipica struttura del saltatore, con gli arti posteriori molto alti: il salto prima della fuga è una sua peculiarità.

Il mantello in estate è color rosso ruggine o marrone rosso, in inverno grigio o marrone grigio, inferiormente sempre più chiaro; il piccolo è marrone giallo o rossiccio con le tipiche piccole macchie arrotondate, bianche o giallastre, poste in file.

Le corna (o meglio, i palchi) del maschio sono corte, al massimo con tre punte; cadono ogni anno tra ottobre e novembre e si riformano l'anno successivo. In primavera i maschi sfregano i palchi contro gli alberi per liberarli dal tessuto superficiale (il velluto) che nella fase della crescita fino a primavera è servito a portare nutrimento ai palchi in formazione.

I piccoli nascono a primavera avanzata, e le madri restano loro accanto per difenderli da volpi, ermellini e donnole; a luglio/agosto comincia la stagione degli amori, durante la quale i maschi diventano piuttosto aggressivi anche se i "duelli" tra contendenti sono per lo più rituali.

Il capriolo si nutre di erbe e fiori, germogli, foglie e scorze d'albero tenere. All'inizio del Novecento il capriolo era quasi scomparso in tutto l'Appennino settentrionale e centrale, dove è stato reintrodotto in molte località di recente. La gestione programmata (con censimenti e piani di abbattomento selettivi da parte di cacciatori specializzati) del capriolo ha dato la possibilita’ a questa specie di riprodursi, rinforzarsi e superare di molto le aspettative di colonizzazione delle varie aree apenniniche, prealpine ed alpine. Alcuni comuni della zona apenninica e alpina sono oggi costretti a recintare le principali strade per non generare incidenti durante l’attraversamento di questo piccolo ungulato durante il suo eremitaggio primaverile-estivo alla ricerca di un territorio da colonizzare. Tre piccoli nuclei originari sono invece sopravvissuti sul Gargano, a Castel Porziano e su alcune montagne della Calabria. 

- Il gallo cedrone, uccello galliforme (Tetrao urogallus) della famiglia dei Tetraonidi, detto anche urogallo. Diffuso nei boschi delle Alpi, presenta un vistoso dimorfismo sessuale. Maschio 85 cm., femmina 60 cm. Il maschio si distingue da tutti gli altri gallinacei per le dimensioni notevoli, la colorazione scura e coda arrotondata. Colorazione generale grigia con copritrici alari bruno acceso, petto verde blu a riflessi; la testa ha la pelle scarlatta sopra l’occhio ed una barba ispida, becco biancastro; parti inferiori e coda grossolanamente macchiate di bianco. La femmina si può confondere con la femmina del Fagiano di monte o della Pernice bianca di Scozia, ma è molto più grossa con coda grande ed una macchia rossastra sul petto che contrasta con le pallide parti inferiori. Di solito si vede sul terreno nelle foreste di conifere, d’estate; sugli alberi, d’inverno. Volo di solito breve, con rapide battute d’ala alternate a lunghe planate; si alza dal terreno con notevole frastuono. La femmina può accoppiarsi con il Fagiano di monte.

Il maschio al “lek” (terreno ove avvengono le “parate” e le lotte dei maschi) ha un gutturale richiamo; le femmine un kpk-kok come di fagiano. Il canto del maschio comincia con un calmo tik-ap, tik-ap che va rapidamente accelerando e finisce con un pop (come di una bottiglia stappata), seguito da una corta strofa di soffianti e sussurranti note. Vive su terreni elevati collinosi con boschi di conifere. Nidifica nel sottobosco ai piedi dei pini, o tra i cespugli su terreno relativamente scoperto, in montagna. Si nutre di aghi, semi, frutti, d'inverno delle gemme degli abeti rossi; la femmina anche di insetti e vermi.