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Parlare del
comportamento degli animali in natura
attualmente sembra diventato
esclusivo patrimonio di una certa elite di persone:
“naturalisti, ambientalisti, protezionisti, ecologisti ecc.”
Questi gruppi di persone hanno come denominatore comune
l’essere contrari alla caccia. Non voglio fare polemica, però
mi sembra un po’ limitante
dare spazio solo ad una certa categoria di individui ed
escluderne altri (i cacciatori). Per questo motivo, molto
modestamente, vorrei apportare, con il mio lavoro, un piccolo
contributo che potrebbe essere paragonabile a quello del
ricercatore della domenica, aspirando a smitizzare i luoghi
comuni di coloro che vogliono apparire come tutori
unici dell’ambiente naturale.
Altrettanto
modestamente mi sembra opportuno fare qualche riflessione su
quanto afferma il padre dell’etologia Konrad Lorenz ,che a mio
avviso potrebbe essere utile, per primo a me stesso, a capire
il significato della caccia.
“Un
fucile da caccia somiglia esteriormente a una carabina militare.
Ma la motivazione interna dei gesti, dal punto di vista della
fisiologia del comportamento, è fondamentalmente diversa nel
cacciatore e nel combattente. Il bufalo non suscita
l’aggressività del leone che lo abbatte, come il tacchino,
che con compiacimento ho appena visto appeso alla dispensa, non
suscita la mia. Già nei movimenti espressivi di un animale
si può leggere chiaramente la diversità degli impulsi
interni. Il cane che si slancia su una lepre colmo di passione
venatoria, assume la stessa espressione, fra l’ansioso e il
felice con la quale saluta il suo padrone o aspetta avvenimenti
desiderati. Come dimostrano molte eccellenti fotografie,
nell’attimo drammatico prima del salto, neanche il leone è
arrabbiato”.
Non ho nessuna difficoltà a sostenere che
provo la stessa passione del
cane quando catturo una preda e certamente non sono arrabbiato
quando decido di esplodere il colpo di fucile nei confronti di
un animale. Con questo voglio sottolineare che nell’uomo
l’istinto della caccia potrebbe essere, come la paura,
un evento ancestrale che ci accomuna agli animali. Per
l’uomo, i cui sensi sono più schermati di quelli degli
animali esistono, secondo, Lorenz,
tre grandi ostacoli dell’autoconoscenza umana, “il primo è il più primitivo e impedisce all’uomo la conoscenza di se stesso, vietandogli la
comprensione del proprio divenire storico. La sua qualità
irrazionale e la sua testardaggine derivano paradossalmente dal
fatto che i nostri parenti più prossimi somigliano moltissimo
all’uomo. Se gli uomini non conoscessero gli scimpazè sarebbe
più facile convincerli della loro discendenza. Il secondo
ostacolo è l’avversione irrazionale a riconoscere che quel
che facciamo o non facciamo sia soggetto alle leggi della
casualità. Bernhard Hassenstein ha definito questa attitudine
“come giudizio di valore anticausale”. Quella
sensazione pesante del sentirsi incatenati che richiama la
claustrofobia e che assale molti uomini quando devono ammettere
la generica determinazione causale dei fenomeni naturali,
comportamento umano incluso, è certamente da mettersi in
relazione col loro giustificato bisogno di saper libera la
propria volontà e col loro ugualmente giustificato desiderio di
far derivare le proprie azioni non da cause fortuite ma da scopi
elevati. Il terzo grande ostacolo all’autoconoscenza umana
è – almeno nelle nostre culture occidentali –
un’eredità della filosofia idealistica. Sorge dalla
bipartizione del mondo nel mondo esterno delle cose, che per
principio è senza valore per il pensiero idealistico, e nel
mondo interno del pensiero umano
e della ragione, a cui soltanto vengono riconosciuti
valori. Questa bipartizione è cara alla superbia spirituale
dell’uomo poichè sostiene in maniera gradita la sua
avversione ad accettare che il suo comportamento sia determinato
da cause naturali. Quanto profondamente essa sia penetrata nei
modi di pensare comuni, lo si può vedere dall’alterazione del
significato delle parole “idealista” e “realista” che
originariamente definivano una posizione filosofica e oggi
implicano giudizi di valore morale. Chi abbia compreso questo
interamente non può sentire alcun ribrezzo davanti
all’affermazione di Darwin, che noi e gli animali siamo
d’una stessa stirpe, e neppure davanti alla conclusione di
Freud, che noi veniamo ancora spinti dagli stessi istinti dei
nostri antenati preumani. Il sapiente sentirà piuttosto un
nuovo genere di riverenza davanti a ciò che possono compiere la
ragione e la morale responsabile, che sono comparse sulla terra
soltanto insieme all’uomo
e che gli possono assai bene, sempre che egli non neghi
con cieca superbia l’esistenza in lui dell’eredità animale,
dare il potere di dominarla. Se dovessi ritenere l’uomo la
definitiva immagine di Dio non saprei che cosa pensare di Dio.
Se però tengo presente che i nostri antenati, in un tempo
recentissimo, se
commisurato alla storia della Terra, erano comunissime scimmie
parenti prossime dello scimpanzè, mi riesce di vedere un
barlume di speranza. Non c’è bisogno di un eccessivo
ottimismo per supporre che da noi uomini può nascere ancora
qualcosa di meglio
e di superiore. Molto lontano dal vedere nell’uomo la
definitiva e insuperabile immagine di Dio, affermo con più
umiltà e, come credo, con maggior rispetto per la creazione e
le sue inesauribili possibilità: il tanto ricercato anello
intermedio tra l’animale e l’uomo veramente umano, siamo
noi”. Se si è letto attentamente si può cogliere,
allargando le proprie vedute, che le argomentazioni di Lorenz
danno alla caccia un preciso significato, che lega l’essere
umano, predatore “intelligente”, al suo istinto primordiale,
che, volente o nolente è parte integrante del mammifero
pensante. Basti considerare a come si comporterebbe un uomo oggi
se venisse lasciato dentro un bosco senza possibilità
di alimentarsi artificialmente, se non muore di stenti
inizierebbe a cacciare come il suo antenato preumano,
utilizzando come patrimonio genetico il suo istinto di
predatore. L’uomo in questo caso entrerebbe in competizione
con gli altri animali che ucciderebbe per potersi alimentare.
Questa condotta è esattamente lo scopo della vita di un
qualsiasi altro predatore. Sostenere che la caccia oltre che
passione sia pure istinto mi pone non troppo lontano
dalle tesi espresse da Lorenz,
Darwin e Freud. Ritengo che
l’avversione alla caccia sia da attribuire proprio alla
superbia degli umani che
hanno voluto giudicare questa attività secondo un pensiero
idealistico e non realistico. Gli stessi uomini cacciatori per
distinguersi dagli animali hanno voluto dare
alla caccia un significato sportivo, soffocando ogni
istinto primordiale e annullando esteriormente la passione
venatoria che accomunava il cane all’uomo. La causa a mio
avviso è da ricercarsi, e si ritorna al pensiero di Lorenz,
nella superbia
dell’uomo, che non
avrebbe mai accettato di definirsi un predatore comune, basti
pensare che la caccia in passato era patrimonio quasi esclusivo
dei nobili i quali non
potevano certamente tollerare
un simile paragone con l’animale, era senza dubbio più
onorevole per un nobile definire la pratica venatoria uno svago,
soffocando, solo esteticamente, l’istinto del predatore. Già
nel 1200 Federico II° di Svevia nel suo trattato
“De Arte venandi cum avibus” affermava che: “ I nobili e i potenti, travagliati dall’amministrazione delle cose del
mondo, grazie alla pratica
di quest’arte (falconeria), potranno alternare molti momenti
piacevoli alle preoccupazioni quotidiane. I poveri e i meno
nobili poi, che, nella pratica di quest’arte sono al servizio
dei nobili, otterranno da costoro quanto è necessario al
proprio sostentamento. Gli uni e gli altri, inoltre, grazie a
quest’arte, potranno rendersi conto delle opere della natura
riguardo agli uccelli” . Non voglio dilungarmi oltre,
anche se l’argomento mi affascina parecchio, tuttavia potrei
diventare noioso e uscire fuori dal seminato della mia
relazione, ciò nonostante
considerare la caccia uno sport sarebbe come affermare
che una corsa campestre sia uguale ad avere paura del buio.
Luca Bececco
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