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La Caccia di Luca Bececco


Parlare del comportamento degli animali in natura  attualmente sembra  diventato esclusivo patrimonio di una certa elite di persone: “naturalisti, ambientalisti, protezionisti, ecologisti ecc.” Questi gruppi di persone hanno come denominatore comune l’essere contrari alla caccia. Non voglio fare polemica, però mi sembra un po’ limitante  dare spazio solo ad una certa categoria di individui ed escluderne altri (i cacciatori). Per questo motivo, molto modestamente, vorrei apportare, con il mio lavoro, un piccolo contributo che potrebbe essere paragonabile a quello del ricercatore della domenica, aspirando a smitizzare i luoghi  comuni di coloro che vogliono apparire come tutori unici dell’ambiente naturale.  Altrettanto modestamente mi sembra opportuno fare qualche riflessione su quanto afferma il padre dell’etologia Konrad Lorenz ,che a mio avviso potrebbe essere utile, per primo a me stesso, a capire  il significato della caccia.

 Un fucile da caccia somiglia esteriormente a una carabina militare. Ma la motivazione interna dei gesti, dal punto di vista della fisiologia del comportamento, è fondamentalmente diversa nel cacciatore e nel combattente. Il bufalo non suscita l’aggressività del leone che lo abbatte, come il tacchino, che con compiacimento ho appena visto appeso alla dispensa, non suscita la mia. Già nei movimenti espressivi di un animale  si può leggere chiaramente la diversità degli impulsi interni. Il cane che si slancia su una lepre colmo di passione venatoria, assume la stessa espressione, fra l’ansioso e il felice con la quale saluta il suo padrone o aspetta avvenimenti desiderati. Come dimostrano molte eccellenti fotografie, nell’attimo drammatico prima del salto, neanche il leone è arrabbiato”.

Non ho nessuna difficoltà a sostenere che provo la stessa passione  del cane quando catturo una preda e certamente non sono arrabbiato quando decido di esplodere il colpo di fucile nei confronti di un animale. Con questo voglio sottolineare che nell’uomo l’istinto della caccia potrebbe essere, come la paura,  un evento ancestrale che ci accomuna agli animali. Per l’uomo, i cui sensi sono più schermati di quelli degli animali esistono, secondo, Lorenz, tre grandi ostacoli dell’autoconoscenza umana, “il primo è il più primitivo e impedisce  all’uomo la conoscenza di se stesso, vietandogli la comprensione del proprio divenire storico. La sua qualità irrazionale e la sua testardaggine derivano paradossalmente dal fatto che i nostri parenti più prossimi somigliano moltissimo all’uomo. Se gli uomini non conoscessero gli scimpazè sarebbe più facile convincerli della loro discendenza. Il secondo ostacolo è l’avversione irrazionale a riconoscere che quel che facciamo o non facciamo sia soggetto alle leggi della casualità. Bernhard Hassenstein  ha definito questa attitudine  “come giudizio di valore anticausale”. Quella sensazione pesante del sentirsi incatenati che richiama la claustrofobia e che assale molti uomini quando devono ammettere la generica determinazione causale dei fenomeni naturali, comportamento umano incluso, è certamente da mettersi in relazione col loro giustificato bisogno di saper libera la propria volontà e col loro ugualmente giustificato desiderio di far derivare le proprie azioni non da cause fortuite ma da scopi elevati. Il terzo grande ostacolo all’autoconoscenza umana  è – almeno nelle nostre culture occidentali – un’eredità della filosofia idealistica. Sorge dalla bipartizione del mondo nel mondo esterno delle cose, che per principio è senza valore per il pensiero idealistico, e nel mondo interno del pensiero umano  e della ragione, a cui soltanto vengono riconosciuti valori. Questa bipartizione è cara alla superbia spirituale dell’uomo poichè sostiene in maniera gradita la sua avversione ad accettare che il suo comportamento sia determinato da cause naturali. Quanto profondamente essa sia penetrata nei modi di pensare comuni, lo si può vedere dall’alterazione del significato delle parole “idealista” e “realista” che originariamente definivano una posizione filosofica e oggi implicano giudizi di valore morale. Chi abbia compreso questo interamente non può sentire alcun ribrezzo davanti all’affermazione di Darwin, che noi e gli animali siamo d’una stessa stirpe, e neppure davanti alla conclusione di Freud, che noi veniamo ancora spinti dagli stessi istinti dei nostri antenati preumani. Il sapiente sentirà piuttosto un nuovo genere di riverenza davanti a ciò che possono compiere la ragione e la morale responsabile, che sono comparse sulla terra soltanto insieme all’uomo  e che gli possono assai bene, sempre che egli non neghi con cieca superbia l’esistenza in lui dell’eredità animale, dare il potere di dominarla. Se dovessi ritenere l’uomo la definitiva immagine di Dio non saprei che cosa pensare di Dio. Se però tengo presente che i nostri antenati, in un tempo recentissimo,  se commisurato alla storia della Terra, erano comunissime scimmie parenti prossime dello scimpanzè, mi riesce di vedere un barlume di speranza. Non c’è bisogno di un eccessivo ottimismo per supporre che da noi uomini può nascere ancora qualcosa  di meglio e di superiore. Molto lontano dal vedere nell’uomo la definitiva e insuperabile immagine di Dio, affermo con più umiltà e, come credo, con maggior rispetto per la creazione e le sue inesauribili possibilità: il tanto ricercato anello intermedio tra l’animale e l’uomo veramente umano, siamo noi”. Se si è letto attentamente si può cogliere, allargando le proprie vedute, che le argomentazioni di Lorenz danno alla caccia un preciso significato, che lega l’essere umano, predatore “intelligente”, al suo istinto primordiale, che, volente o nolente è parte integrante del mammifero pensante. Basti considerare a come si comporterebbe un uomo oggi se venisse lasciato dentro un bosco senza possibilità  di alimentarsi artificialmente, se non muore di stenti inizierebbe a cacciare come il suo antenato preumano, utilizzando come patrimonio genetico il suo istinto di predatore. L’uomo in questo caso entrerebbe in competizione con gli altri animali che ucciderebbe per potersi alimentare. Questa condotta è esattamente lo scopo della vita di un qualsiasi altro predatore. Sostenere che la caccia oltre che  passione sia pure istinto mi pone non troppo lontano dalle tesi espresse da  Lorenz, Darwin e Freud. Ritengo  che l’avversione alla caccia sia da attribuire proprio alla superbia degli umani  che hanno voluto giudicare questa attività secondo un pensiero idealistico  e non realistico. Gli stessi uomini cacciatori per distinguersi dagli animali hanno voluto dare  alla caccia un significato sportivo, soffocando ogni istinto primordiale e annullando esteriormente la passione venatoria che accomunava il cane all’uomo. La causa a mio avviso è da ricercarsi, e si ritorna al pensiero di Lorenz, nella  superbia dell’uomo, che  non avrebbe mai accettato di definirsi un predatore comune, basti pensare che la caccia in passato era patrimonio quasi esclusivo dei nobili i quali  non potevano certamente tollerare   un simile paragone con l’animale, era senza dubbio più onorevole per un nobile definire la pratica venatoria uno svago, soffocando, solo esteticamente, l’istinto del predatore. Già nel 1200 Federico II° di Svevia nel suo trattato  De Arte venandi cum avibus” affermava che: “ I nobili e i potenti, travagliati dall’amministrazione delle cose del mondo, grazie alla  pratica di quest’arte (falconeria), potranno alternare molti momenti piacevoli alle preoccupazioni quotidiane. I poveri e i meno nobili poi, che, nella pratica di quest’arte sono al servizio dei nobili, otterranno da costoro quanto è necessario al proprio sostentamento. Gli uni e gli altri, inoltre, grazie a quest’arte, potranno rendersi conto delle opere della natura riguardo agli uccelli” . Non voglio dilungarmi oltre, anche se l’argomento mi affascina parecchio, tuttavia potrei diventare noioso e uscire fuori dal seminato della mia relazione, ciò nonostante  considerare la caccia uno sport sarebbe come affermare che una corsa campestre sia uguale ad avere paura del buio.

Luca Bececco