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Tutti sanno che il fagiano ha salvato la caccia dell’ultimo trentennio.
Oggi, il legame imposto dalle istituzioni tra il cacciatore e la
sua zona di caccia rischia d'impoverire la cultura venatoria
oltre che sulla “stanziale” anche sulla
"migratoria". La caccia col cane da ferma calza sempre
più stretta ai veri cinofili (anche amatoriali) abituati ad
inseguire la selvaggina in zone lontane anche tra loro. Gli
A.T.C. (Ambito Territoriale di Caccia) fanno il loro dovere
(??): ripopolamenti, gestione del territorio, migliorie, ma non
basta. Il fagiano lanciato per i ripopolamenti, per essere
chiamato tale, abbisogna anche di una certa "cultura"
nell'allevamento. Gli esperimenti pilota nel campo
dell'allevamento su stanziale da penna (starna e pernice rossa)
parlano chiaro. Pochi esempi. L'imprinting generato
dall'allevatore durante la somministrazione delle farine da
nutrizione riduce la sospettosità della selvaggina. Le voliere
ad alta densità di popolazione riducono le capacità di volo e
non consentono (per questioni di spazio d'allevamento) la
presenza di coltivazioni erbacee per imparare a nascondersi ed a
pascolare (presenti solamente nelle voliere per le “ovaiole”
da riproduzione).
Ecco che ci ritroviamo gruppetti di fagiani sulla capezzagna perchè così
sono cresciuti ed abituati... il folto della macchia o dell'
erbaio dove nascondersi alla prima avvisaglia di pericolo è
forse solo un ricordo genetico ed è (a detta degli studiosi)
possibile risvegliarlo. Non posso pensare di cacciare il Re
della pianura che devo colpire con gli stivali a mò di
punizione calcistica perchè s' involi! Chi ha cacciato il vero
fagiano sa che dopo breve ferma si sottrae di pedina e vola via
quasi fuori tiro ben prima dell'arrivo del cane. Le lunghe
filate, le guidate, le ferme a distanza fanno di un cane
l'entusiasmo del cacciatore. Il "vero" fagiano è un
"selvatico" da cacciare in silenzio e con sospetto per
poter eludere le sue difese: obbliga cane e cacciatore ad intesa
perfetta e silenziosa.
Gli etologi ed i tecnici faunistici sanno che la genetica è la cosa più
importante per la selezione di tutte le specie di animali
(fagiano compreso). L’errore più classico degli allevatori di
selvaggina è quello di selezionare i soggetti più idonei
all’allevamento a scapito della selezione naturale, degli
imbreeding e della consanguineità ed in questo modo ci si
rimette in longevità e qualità. Studi effettuati su selvaggina
naturale catturata e ridotta in cattivitaà hanno evidenziato
una difficoltà maggiore negli accoppiamenti, nella deposizione
e nella schiusa. Fortunatamente
gli stessi animali si abituano con l’andar del tempo alla vita
di segregazione ed aumentano la produttività. Anche i pulcini,
quando adulti, aumentano la deposizione e la schiusa rispetto ai
genitori. Un fatto curioso è che la mortalità dei piccoli
risulta ridotta nei casi di covate di fagiano selvatico
“ambientato” in voliera rispetto a quello d’allevamento.
E’ probabile che esista una trasmissione ereditaria di fattori
di resistenza alle patologie ben sviluppata nel fagiano
“selvatico” e carente in quello d’allevamento (fattore che
andrebbe a vantaggio dei cacciatori). Chi non ricorda la famosa
“influenza avicola” che ha colpito le regioni del Nord
vietando così il lancio della selvaggina pronta caccia?
I fagiani selvatici, quelli di allevamento e quelli americani,
morfologicamente differiscono in modo particolare per le
dimensioni
: quello selvatico
risulta più piccolo di quello americano ed ancor di più di
quello dall’allevamento: esistono però delle differenze tra
maschio e femmina ancora d’accertare (dovute forse ad
ibridazioni succedute all’introduzione dei vari genotipi o
sottospecie differenti). Di sicuro si sa solamente la
provenienza originaria (Cina).
Il fagiano selvatico allevato in cattività aumenta cosiderevolmente la sua
mole raggiungendo le dimensioni di quello d’allevamento
perdendo così parte delle sue caratteristiche morfologiche che
gli permettono d’involarsi rapidamente. E’ ovvio presumere
che il tutto sia riconducibile alla dieta che per ovvie
questioni economiche (negli allevamenti intensivi) è troppo
ricca di proeteine e perciò sbilanciata rispetto a quella allo
stato naturale). E’ perciò importante che l’impresario che
voglia intraprendere la strada dell’allevamento selettivo del
fagiano selvatico, non cada nell’errore della
iper-alimentazione proteica.
Voglio ricordare inoltre che l’ottimo sviluppo dello sperone del fagiano
selvatico è riconducibile ad un animale sano, fecondo,
ormonalmente equilibrato e con caratteri sessuali accentuati (il
paragone con la razza umana può essere ricondotto all’uomo
villoso e muscoloso). In effetti la femmina del fagiano
predilige accoppiarsi con soggetti che presentano speroni
sviluppati anche oltre la norma, in questo modo si assicura una
progenie più forte e vitale, aumentando le probabilità della
perpetrazione della specie.
Altre
importanti distinzioni tra il fagiano selvatico e quello
d’allevamento sono state messe in evidenza con dei tests
comportamentali tra i quali il “rumore insolito”. Ponendo lo
strumento generatore di rumore vicino al dispensatore di
mangime, il fagiano selvatico ha impiegato più tempo del
“cugino” nell’avvicinamento alla mangiatoia della voliera:
il tutto è imputabile ad un comportamento preservativo della
specie di origine genetica, caratteristica che si mantiene viva
anche nelle nidiate nate in cattività. Questo atteggiamento
guardingo è alla base della selezione natura ed è un obbligo
per noi cacciatori e per gli allevatori, preservarlo nel fagiano
del futuro.
E'
possibile che gli A.T.C. e le "Provincie" continuino
imperterriti nella politica di "più carne a meno
prezzo"? Gli allevamenti di fagiani da "tavola"
lasciamoli ai macellai ed alle massaie, a noi serve ben altro.
il cacciatore considera l' A.T.C. una grande A.A.T.V. (Azienda
Agro Turistico Venatoria) dove prelevare facilmente e senza
tanto sudore la selvaggina post-lancio e la maggioranza degli
ambiti (non tutti per fortuna)
"forniscono" questo pseudo-pollo che fa proprio
al caso. A farne le spese ultime è anche la cinofila italiana.
Allora? Meno fagiani ma più qualità! Gli A.T.C. e le "Provincie"
prediligano acquistare da allevamenti che si specializzeranno in
selvaggina da ripopolamento e non da "carne" (o ne
diano le direttive per elevarne la qualità e portarla ad esser
degna di un cane da ferma). Si inizi a copiare dagli A.T.C.
pilota le benedette voliere a cielo aperto (riempite però di
fagiani veramente selvatici).
Fongaro Renato
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