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Hotel
Oriente - Vico Equense (Na)
5, 6, 7 luglio 2002
Gentili
ospiti, care delegate, cari delegati,
l'VIII
Congresso dell'ARCI CACCIA e il III Congresso del Centro Sport
all'Aria Aperta stanno per vivere la loro massima sintesi
organizzativa e politica. Ci attendono tre intense giornate di
dibattito durante le quali, anche grazie ai contributi di
moltissimi illustri Ospiti, anche esterni alla nostra
associazione, saranno definite le scelte strategiche e
programmatiche che tracceranno la strada dell'ARCI CACCIA e del
CSAA per il prossimo quadriennio. Da queste scelte, come è
evidente, scaturiranno le decisioni relative al modello
associativo, all'utilizzo delle risorse e alla formazione dei
nuovi gruppi dirigenti ai quali affidare, in concorso e in
stretto collegamento con i gruppi dirigenti eletti a livello
comunale, comprensoriale, provinciale e regionale, il nostro
patrimonio di idee e la realizzazione degli obiettivi che tutti
insieme decideremo di perseguire.Permettetemi quindi già da
subito di ringraziare e mettere in risalto il lavoro di quanti,
ad iniziare dal nostro corpo sociale e dai valorosi costruttori
e dirigenti dell'ARCI CACCIA, ma anche di coloro che sono
intervenuti alle nostre riunioni per il comune interesse alle
problematiche sollevate, hanno consentito di arrivare alle
giornate congressuali conclusive con un bagaglio ricco, pieno di
riflessioni e di proposte, di suggestioni e di concretezze,
avendo sempre come punto di riferimento la necessità di
intrecciare il dire e il fare, la teoria e la pratica. E'
risultata giusta, quindi, la decisione di tenere un congresso
aperto che, sin dalle premesse che hanno portato alla
definizione degli "argomenti per il dibattito" e
proseguendo per le migliaia di Congressi comunali, favorisse
accanto alla partecipazione della maggior parte dei nostri soci
e dei cacciatori italiani, anche quella dei rappresentanti delle
forze politiche, sociali, associative, istituzionali
cointeressate ai temi della conservazione ambientale, della
gestione del territorio, della tutela e della produzione
faunistica. Abbiamo avuto importanti riscontri alle nostre
proposte congressuali e ci siamo ulteriormente convinti che nel
Paese, nella società, nelle Istituzioni, tra le Associazioni vi
sono modi diversi di pensare ed affrontare i temi ambientali,
faunistici e venatori. Da qui la responsabilità che abbiamo
avvertito come Associazione, - e che comunque ha sempre segnato
il nostro modo di Dire e di Fare, - di alimentare il confronto
anche tra posizioni diverse, di favorire la partecipazione,
rendere evidenti le convergenze laddove ci sono, senza però
nascondere, nel rapporto con gli altri soggetti, idee e
strategie diverse. Certo, la strada scelta è più difficile da
percorrere perché svincola la caccia, il nostro modo di
intendere la caccia, da posizionamenti corporativi e da
atteggiamenti autocelebrativi; perché così la caccia ha modo
di vivere e legittimarsi quale aspetto specifico di questioni più
generali che interessano la collettività alle quali occorre
dare soluzioni che concorrano a rendere più equa e più giusta
la società, a garantire una buona qualità della vita per
tutti, a costruire un mondo migliore. Questa è anche la nostra
storia, di cui andiamo fieri ed orgogliosi da quando a cavallo
tra la fine degli Anni '60 e i primi Anni '70 nacque e si
consolidò l'ARCI CACCIA. Una esperienza associativa che prese
le mosse in un periodo storico, quello ricordato come il ’68,
caratterizzato dalla nascita di "nuovi movimenti"
(femminismo, diritti civili, conquiste giovanili) che andavano
sviluppandosi nella società opulenta dell'Occidente
industrializzato e che evidenziavano una sempre più diffusa
sensibilità <<post-materiale>>, orientata cioè al
soddisfacimento dei bisogni non più solo
"quantitativi". Non si trattava, cioè, di far nascere
solo una associazione di cacciatori, pure necessaria, per poter
rappresentare linee di politica venatoria diverse da quelle fino
ad allora rappresentate e imperniate su privatismo,
corporativismo e consumismo, ma di saper innestare sul vecchio
monopolio, appena rotto, nuove politiche venatorie per
ricostruire l’unità ad un più alto livello partendo dalla
consapevolezza che era nella società più complessa che
bisognava verificare una nuova politica venatoria nel quadro di
una nascente coscienza del valore ambientale. Ancora oggi
rivendichiamo quella scelta come un atto di coraggio verso i
cacciatori che dovevano “svegliarsi” da un torpore
corporativo che li rendeva estranei alle dinamiche che già
annunciavano progressivi cambiamenti della società. Allora chi
temeva di perdere altri spezzoni di potere, ma anche parte della
sinistra, ci tacciò di frazionismo; oggi ci viene riconosciuto
un percorso che ha consentito alla caccia, a tutta la caccia di
ricominciare a disegnare, lontano da possibili derive
consumistiche, i contorni del suo pieno diritto di cittadinanza
nella società. Percorso che ha dovuto affidarsi a due leggi
coraggiose, la 968 prima e la 157 poi, e che è stato
contrastato da fuorvianti iniziative referendarie che, ancora
oggi, pesano come macigni, e delle quali le forze politiche di
allora portano la responsabilità per aver determinato il
rallentamento del processo di rinnovamento della caccia e del
suo radicamento quale attività impegnata nella conservazione
degli habitat e della fauna selvatica. La crescita dell'ARCI
CACCIA allora ed ora rappresenta un valore propulsivo per i
cacciatori poichè consente loro di vivere il fatto aggregativo
come occasione per partecipare, da cittadini consapevoli, e non
più da semplici consumatori di fauna, allo sviluppo culturale
collettivo della società civile, su una vera condivisione di
valori e di esperienze. E' sulla base di questi valori e di
queste esperienze che aderiamo al sistema ARCI per far vivere,
innanzitutto, la cultura della partecipazione. Nella sua
relazione al recente Congresso dell’ARCI Tom Benettollo ha
detto: “Abbiamo delle cose da dire, con il piacere di pensare
insieme”. Siamo d'accordo con il presidente dell'ARCI, ci
sentiamo parte integrante di un sistema associativo che è,
prima di tutto, di promozione sociale e che sta dalla parte di
quelle forze che sono interessate al cambiamento dal punto di
vista sociale e culturale e a promuovere i valori della
solidarietà e dell'inclusione. Per questo, insieme ai nostri
soci, abbiamo sentito il dovere di manifestare la nostra
sofferenza, richiamando la “Politica” ad assumere le sue
responsabilità, dopo il vile attacco terroristico alle Twin
Towers. Abbiamo detto subito che ci sentivamo parte integrante
delle iniziative contro il terrorismo ma occorreva perseguire,
con grande determinazione, l'acquisizione nel mondo di una pace
stabile e duratura, a cominciare dal Medioriente e dal popolo
palestinese ancora senza una “casa”. Alla marcia della Pace,
Assisi-Perugia, siamo andati con i nostri vessilli per gridare a
gran voce che è possibile bandire la guerra dalla storia, che
è possibile, nel mondo, purché se ne abbia la volontà e non
prevalgano logiche imperialiste, diffondere il sapere e la
cultura e universalizzare la democrazia. Anche su altre
importanti questioni, senza arroganza o strumentalismi, abbiamo
fatto sentire la nostra voce: dal tema dell’importanza della
libertà e della correttezza dell'informazione alla tutela dei
diritti civili e alla difesa della giustizia giusta, per
l'autonomia e la dignità della magistratura. Lo abbiamo fatto
assumendo le nostre decisioni forti dei valori fondanti il
nostro DNA associativo. Questo ci ha permesso di mantenere alta
la bandiera dell'autonomia dai partiti, anche sul fronte della
caccia. Non siamo stati teneri con nessun partito (né mai lo
saremo) quando hanno assunto decisioni contrastanti con la
nostra visione riformatrice, con il nostro progetto di
affermazione del diritto di cittadinanza per tutti , con la
nostra missione associativa. Essere stati e restare al fianco
del sindacato a difesa dell'art. 18 attesta la voglia del nostro
corpo sociale di difendere il diritto di cittadinanza per tutti,
perché la dignità e i diritti del lavoro sono parte integrante
del diritto di cittadinanza. E a questo diritto non rinunceremo
mai; per questo diritto continueremo a batterci, a dare tutto il
nostro sostegno a difesa dell’art. 18. In questo quadro
sentiamo forte la necessità che sia riavviato nell'ARCI un
sistema di relazioni più fecondo ed intersecato tra le varie,
autonome soggettività. Lo chiede quella parte del Paese che non
intende essere riassorbita, “normalizzata”, che rifiuta
derive neoliberiste, che si batte per la democrazia sociale.
Sentiamo la necessità di stringere su progetti specifici, o di
interesse generale, intese con le diverse associazioni che si
richiamano al sistema ARCI: da ARCI Nuova all'UISP, da
Legambiente a Slow Food ARCI Gola, dal Movimento dei Consumatori
all’ARCI Pesca. Con quest'ultima, in particolare, occorre
riavviare un percorso collaborativo imperniato su peculiarità
di interesse comune. Ci sforzeremo perché questo avvenga anche
per ripristinare, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, i
termini di tale collaborazione, in particolare sul fronte della
vigilanza, che è necessaria - e occorre maggiormente
qualificare - per sopportare compiutamente la grande sfida
ambientalista. A tale riguardo riteniamo importante dare vita
all’interno del CSAA rinnovato, di cui parleremo dopo, ad una
Unione Settoriale di Coordinamento nazionale del settore
Vigilanza. Con l’ARCI PESCA siamo pronti al dialogo ma siamo
anche pronti qualora non arrivassero le risposte alle nostre
richieste, ad assumere, non potendo fare altrimenti, le nostre
autonome determinazioni. Ed è proprio sulla sfida ambientale
che, già a partire dai primi anni'70, trova spazio ed ottiene
consensi l'azione dell'ARCI CACCIA. I cacciatori della nostra
associazione fanno proprio il grido d'allarme che, nel 1970,
viene lanciato dal MIT (Massachusetts Institute of Technology)
sui "Limiti dello sviluppo". In pratica si afferma,
con drammatico realismo, che lo sviluppo così come realizzato
non si può estendere all'infinito senza compromettere
irrimediabilmente la vita sul pianeta Terra. Tema quanto mai
attuale, ancora oggi, se colleghiamo quella previsione al fatto
che i beni che dovrebbero essere a disposizione di tutti (acqua,
aria, vegetazione) sono a grande rischio anche per lo
sfruttamento intensivo e speculativo cui sono sottoposti dalle
pericolose politiche neoliberiste, esercitate dai potenti del
mondo. La globalizzazione e la “pratica del consumo"
guidano, ormai, le scelte istituzionali e politiche in campo
economico e produttivo. Al tempo stesso, però, anche se può
sembrare contraddittorio, si è sviluppata una crescita della
sensibilità ambientale. Di per se tale crescita sarebbe giusta
se, talvolta, non venisse artatamente sollevata solo in chiave
strumentale o se non venisse acquisita in maniera ipocrita da
una parte dei cittadini, come sostiene una recente ricerca
Eurispes. Voglio dire che spesso erroneamente i concetti di
tutela e di conservazione sono stati declinati in quelli di
imbalsamazione e di vincolo ovvero si è tentato di dare
risposte alle problematiche ambientali istituendo cattedrali nel
deserto dove l'uomo che cerca pace con se stesso,
paradossalmente, perde la sua centralità nel sistema natura e
viene estromesso dai cicli produttivi. Oggi vi è l'esigenza di
affermare una politica ambientale che non si fondi sul
catastrofismo quotidiano o sia alimentata in chiave di
emergenza. Su questi temi è in atto uno scontro di
impostazione, strategico e politico. La strada maestra è la
riforma dello sviluppo vale a dire una riforma sostenibile dal
punto di vista ecologico, sociale ed economico purché tale
progetto di riforma sia in grado di raccogliere la sfida del
benessere riuscendo ad affermare una migliore qualità della
vita, anche per i singoli, nel contesto di una società più
equa e civile, con un'economia più competitiva perché
innovativa e di qualità. Un progetto che richiede nuovi modelli
di produzione e di consumo e che può essere bene sintetizzato
con un vecchio ma efficace slogan di Legambiente: pensare
globalmente, agire localmente. E' pure evidente che di fronte ad
un progetto così ambizioso che si contrappone al modello
liberista basato sulla competitività del mercato tagliando i
costi del lavoro e allentando le tutele ambientali e sociali,
occorre archiviare o isolare, come sostiene Emilio Gerelli in un
articolo sul Sole 24 ore un certo tipo di ambientalismo, che pur
"di provocare generici sensi di colpa e di impotenza
operativa" continua a predicare solo “l'inevitabile
catastrofe". Perché nascondere i progressi fatti, perché
non rilanciare la prospettiva partendo dai rischi del presente?
In queste domande è racchiuso lo scontro in atto tra due modi
di rappresentare e di affrontare le problematiche ambientali: il
sensazionalismo e l'autoreferenzialità da una parte,
l'interesse collettivo e la responsabilità, dall'altra. Da una
parte, dunque, il proibizionismo interessato, dall'altra la
strategia dello sviluppo sostenibile. Ed è proprio sul modo di
intendere i Parchi che abbiamo il riscontro su quanto detto. Su
un versante, infatti, troviamo alcuni Parchi (Abruzzo in testa)
che continuano a pensare l'area protetta come isola
invalicabile, che si pone al di sopra delle autonomie locali,
che è depositaria di una cosiddetta missione conservazionistica
e che è governata da un sistema di vincoli da far rispettare ai
cittadini sudditi mediante “solide ed affidabili mani”
centralistiche; sull'altro versante, una buona parte dei Parchi
italiani, regionali soprattutto, che di contro propugnano - come
sostengono Legambiente e Federparchi - un progetto nuovo ed
originale di sviluppo durevole ed autosostenibile, incrociando
così locale e globale, cultura, tradizioni, identità
territoriali, con natura e conservazione degli ecosistemi. Non
è un caso che, a differenza di alcuni inamovibili dirigenti
dell'ambientalismo quale “status”, gli amministratori dei
Parchi sopra richiamati abbiano scelto la strada del dialogo e
della ricerca di soluzioni condivise con l'associazionismo
venatorio e con gli ATC e i CA intorno ai temi dei controlli
faunistici nei Parchi e della caccia nelle aree contigue. Un
dialogo che occorre alimentare soprattutto oggi che gli ATC, i
CA e i Parchi italiani sono oggetto di particolari attenzioni
"speculative e privatistiche" che hanno quale
presupposto alcune proposte demagogiche e populiste quali sono
la libera circolazione dei cacciatori su tutto il territorio
nazionale per la caccia alla selvaggina migratoria od anche la
previsione, per i soli residenti, della caccia nelle aree
protette. “No grazie” - è la nostra risposta di merito
poiché crediamo che occorra usare coerenza sul tema del governo
complessivo del territorio. In particolare nei Parchi ribadiamo
che siamo contrari a prevedere l'attività venatoria ma siamo
particolarmente favorevoli alla possibilità che il fucile,
utilizzato dai cacciatori, possa assolvere ad una funzione di
gestione e di prelievo di alcune specie faunistiche che, se in
sovrannumero come avviene spesso con i cinghiali, possono
provocare un grave squilibrio tra le stesse specie. Siamo altresì,
fortemente interessati a che ATC, CA e Parchi possano
sviluppare, insieme, piani d'azione gestionali, progetti di
ripristino degli habitat, coordinati con gli altri istituti di
produzione faunistica e tutela ambientale. Anello di
congiunzione particolare di una comune strategia gestionale tra
ATC e Parchi potrebbe essere l'area contigua purché, a
differenza di quanto attualmente stabilisce la legge 394, la si
riqualifichi come istituto prevedendo l'affidamento della sua
gestione faunistico venatoria all'ATC di competenza e prevedendo
l'attività venatoria, ancorché rigorosamente disciplinata, per
i cacciatori con residenza venatoria; si potrebbe
“utilizzare” l'area contigua anche quale occasione di
riperimetrazione di quei territori sottoposti a vincolo che però
debordano rispetto al limite del 30% previsto dalla legge, tema
che non può più essere eluso. Ed ancora, perché non pensare
ai Parchi, come d'altronde avviene negli ATC e nei CA con gli
ambientalisti, per misurare la competenza gestionale dei
cacciatori e perché non prevedere all’interno delle aree
protette le zone di ripopolamento o zone per l'addestramento dei
cani? L'ARCI CACCIA, lo ribadiamo con assoluta convinzione, ha
sempre visto nel Parco una occasione di sviluppo per il sistema
Paese ed un istituto fondamentale per dare seguito ad una
concreta gestione del territorio, che auspichiamo unitaria e
complessiva. Si tratta, ovviamente anche di ragionare senza
pregiudizi, sui limiti delle esperienze dei Parchi per apportare
correttivi, anche in chiave legislativa, e favorirne il pieno
decollo nell'interesse delle popolazioni interessate.
Ragionamento analogo deve riguardare gli ATC e i CA che
rappresentano l'architrave della gestione faunistica e venatoria
del territorio e che sono gli istituti sui quali la legislazione
del nostro Paese ha impostato la sua originale peculiarità
rispetto al sistema venatorio degli altri Paesi europei e del
mondo. Infatti quella che molti ancora considerano una diversità,
una sorta di peccato originale ancora da sanare, in realtà è,
come spesso usiamo dire, la "variante democratica" del
nostro Paese che ha costruito l'attuale legislazione su alcuni
capisaldi ben delineati attraverso gli usi civici, i liberi
comuni, la Costituzione ed ora l'assetto regionalistico dello
Stato. Mi riferisco in particolar modo al principio della fauna
patrimonio indisponibile dello Stato, ma anche alla concezione
tutta italiana dei limiti sociali del diritto di proprietà, pur
così importante, previsto e tutelato dalla nostra Costituzione.
E qui ribadiamo con forza che l’articolo 842 del codice civile
non si tocca: è il nostro articolo 18! Da qui ne discende,
almeno sul piano teorico e normativo, il nostro modello di
caccia che assumendo una evidente caratterizzazione pubblica e
sociale si contrappone a quelle derive consumistiche e
mercantili che, di contro, segnano gran parte dei sistemi
venatori degli altri Paesi. E' la caccia conservativa,
consapevole, popolare ed eco-compatibile la strada maestra che
ci indica la legge 157/92 e che in molte aree del Paese, non la
maggioranza, ha consentito di acquisire importanti risultati sul
fronte del ripristino degli habitat e della ricostruzione del
patrimonio faunistico ma anche di far emergere la caccia come
evidente risorsa integrativa dell'azienda agricola che si è
misurata in termini di multifunzionalità e di qualità con le
occasioni di impresa offerte dall'applicazione della legge 157,
in stretta correlazione con la piena operatività degli ATC e
dei CA. Non è un caso, pur con gli evidenti limiti applicativi,
che il prestigioso risultato ottenuto con la presenza nel nostro
Paese di un terzo del patrimonio faunistico europeo, certificato
dalle autorità scientifiche e da autorevoli Istituti di
ricerca, sia avvenuto in forza della indicazione di regolazione
dell'uso del territorio che proviene da diverse legislazioni, a
cominciare dalla 157 e dalla 394, ma anche dalle leggi sulla
montagna e in difesa del suolo. Gli attori di questo sforzo
gestionale spesso hanno lavorato in maniera disgiunta, per
opzioni verticali: i Parchi, gli ATC, i CA, le Comunità
Montane, etc. Il salto di qualità può essere prodotto
utilizzando al meglio l'occasione che ci viene dalla riforma in
senso federalista dello Stato introdotta con la legge
costituzionale n. 3 del 2001 e approvata con referendum
confermativo. Alle Regioni, infatti, sono “attribuite”, in
quanto non nominate, le competenze sulle materie - e tra queste
diversamente dal passato, la caccia - non espressamente
riservate alla sfera legislativa dello Stato. Non vi è più,
dunque, la ripartizione tra Stato e Regioni delle competenze
legislative sulla caccia anche se allo Stato è rimasto il
potere di legiferare, in modo esclusivo, in materia di tutela
dell'ambiente e dell'ecosistema. Noi crediamo che il
regionalismo rappresenti una opportunità straordinaria per
affermare con più concretezza la via del governo unitario del
territorio perché consente di dispiegare in ogni parte del
Paese forze ed energie partendo dalle diverse specificità
ambientali, faunistiche, territoriali e venatorie di quelle
realtà. Si potranno governare gli obiettivi strategici insieme
alle popolazioni e non sulle popolazioni. Le Regioni non
dovranno riprodurre le vecchie impostazioni centralistiche dello
Stato ma dovranno, invece, essere "soggetto che
partecipa" al processo di governance dentro il sistema
delle autonomie, istituzionali, economiche e sociali. E' un
regionalismo solidale quello che noi vogliamo affermare; non
solo perché ne siamo convinti (le separatezze producono
lacerazioni, la devolution mortifica il diritto di cittadinanza)
ma perché queste sono anche le indicazioni del Legislatore
allorché ha mantenuto in capo allo Stato le competenze
esclusive sulla tutela dell'ambiente e dell'ecosistema
stabilendo un intreccio tra la normativa riguardante il prelievo
venatorio e quella riguardante la tutela naturalistica. La legge
157, ancora oggi, nei suoi cardini fondamentali risponde a
questa previsione allorché stabilisce riferimenti essenziali
quali la proprietà della fauna, l'elenco delle specie
cacciabili, i tempi di caccia, la ripartizione del territorio,
il sistema sanzionatorio, il riconoscimento dei soggetti
associativi. Risultano di fatto superate tutte le altre parti ad
iniziare da quelle squisitamente regolamentari. Per le Regioni,
dunque, si avvia una stagione di fertile legislazione i cui
risultati, armonici sul piano nazionale, potranno dare nuovo
impulso alla strategia della gestione apportando qualificanti e
sostanziali modifiche alle leggi in vigore. A dire la verità la
partenza di alcune Regioni - Veneto, Puglia e Sardegna - che
prima di altre hanno acquisito i cosiddetti poteri esclusivi,
non ci sembra in sintonia con le indicazioni costituzionali e i
regolamenti e le Direttive Europee. Senza alcun riscontro
tecnico-scientifico e senza aver preventivamente svolto una
riflessione giuridico legislativa queste Regioni hanno,
propagandisticamente, oltrepassato le maglie della norma
utilizzando impropriamente le “deroghe comunitarie” per
allargare l’elenco delle specie cacciabili addirittura a
specie faunistiche rientranti nell’elenco delle specie
dichiarate protette dalla normativa europea (Veneto) o
addirittura per sconfinare nel mese di febbraio con l’irrituale
pretesa di bypassare lo Stato e stabilire un nesso diretto con
l’Unione Europea. Anche il Governo ha dovuto capitolare di
fronte a tanto populismo e si è visto costretto a presentare
ricorso alla Corte Costituzionale. Per i tempi e le specie
cacciabili la strada maestra è il rigore della scienza e la
corretta applicazione delle direttive comunitarie. E’ in
questo alveo, sul quale peraltro è impegnata l’UNAVI, che è
possibile trovare soluzioni diverse dalle attuali avendo sempre
a riferimento il buono stato di salute della fauna e le esigenze
gestionali. Un discorso da chiudere subito è quello sulle
deroghe anche per rispondere positivamente alle richieste di
tutela delle colture che vengono dal mondo agricolo: la Camera
dia il suo placet, senza ulteriori indugi, al lavoro già
egregiamente svolto dal Senato.Anche per la caccia
regionalizzata il nostro obiettivo rimane quello di una Campagna
Viva e Vissuta. Contrasteremo qualsiasi tentativo di
sfruttamento del nuovo assetto istituzionale per scardinare gli
ATC e i CA, la gestione del territorio e per preparare derive
consumistiche alla caccia. ATC e CA che invece, a nostro avviso,
debbono essere maggiormente qualificati con l’istituzione di
una loro Conferenza Nazionale. Anche nel mondo venatorio sono in
atto fibrillazioni propagandistiche, soprattutto a livello
regionale: si vogliono finalizzare ed esaltare taluni aspetti
marginali, relegando il prius, il primato della gestione, al
ruolo di questione secondaria. Tali fibrillazioni non portano da
nessuna parte e costituiscono un serio rischio di riprodurre
vecchi scontri ideologici e il rilancio irresponsabile di nuovi
occasioni referendarie. A chi, in questi mesi, nel nostro mondo
si è affrettato imprudentemente a radicalizzare le
rivendicazioni venatorie vorrei dedicare una riflessione di
Marcel Proust: “Il vero atto della scoperta non consiste nel
trovare nuovi territori, ma nel guardare con occhi nuovi”.
Comunque, per quanto ci riguarda, vogliamo continuare ad essere
chiari. La “Campagna Viva e Vissuta” non è uno slogan
dietro il quale si nasconde una difesa strumentale della caccia.
Ma è invece per noi una scelta di campo che impone politiche
coerenti di gestione e scelte conseguenti sul piano operativo.
Se vogliamo stare dalla parte della “caccia compatibile e
popolare” lo spartiacque è tra la gestione e il libero
consumo, tra la caccia attività utile e responsabile e la
deregulation venatoria. Nelle Regioni e nelle Province, o meglio
in buona parte di esse, ancora si ragiona e si lavora in una
chiave nostalgica: gli imbonitori di turno barattano la caccia
ricercando tra i cacciatori-sudditi il facile consenso. Alla
domanda strumentale di consumo si risponde con l’offerta,
populista, dei ripopolamenti “pronta caccia”. Questa non è
la nostra caccia; quei cacciatori non sono i nostri cacciatori.
Nel nostro Paese, sulla caccia si marcia a velocità
diversificate. Da una parte, come ho detto, vi è chi ha inteso,
anche nella Pubblica Amministrazione, intraprendere senza
tentennamenti la strada della gestione; di contro vi sono aree
del Paese dove prevale la routine amministrativa, dove la caccia
è ridotta ad essere esercitata su selvaggina di nessuna qualità
lanciata per l’occasione, dove non vi è alcuna concertazione
tra le forze sociali e quelle amministrative. Oggi pomeriggio,
con assoluta trasparenza, nella “Tavola Rotonda” sulle
esperienze gestionali delle Province, esprimeremo le nostre
valutazioni, indicheremo i ritardi da recuperare, ascolteremo le
relazioni di quegli Amministratori che, con grande lungimiranza,
perseguendo coerentemente la strada della gestione, hanno
conseguito risultati apprezzabili sul fronte ambientale e
faunistico. Evidenzieremo, infine, quelle realtà provinciali,
come Roma, dove si è scelto di stare dalla parte della
nostalgia e del consumismo venatorio. Non valuteremo le Province
sulla base di distinguo partitici ma solo in virtù delle cose
promesse e delle cose fatte. Al lungo elenco delle
Amministrazioni governate dal centro-destra che nulla hanno
fatto si aggiungono anche parecchie amministrazioni di
centro-sinistra. A distanza di dieci anni dalla promulgazione
della legge 157, è particolarmente grave che nessun Governo
abbia presentato in Parlamento, come richiede la stessa legge,
la “relazione sullo stato di applicazione della riforma”.
Per quanto ci riguarda continueremo, in assenza del Governo, a
fare le nostre valutazioni esaminando in chiave critica anche i
comportamenti del mondo venatorio, ad iniziare ovviamente da
quelli che ci riguardano. Saremo impietosi con noi stessi ma
anche con quanti, sulle riviste patinate, nelle Tavole Rotonde,
nei salotti buoni dell’Associazionismo venatorio professano
fedeltà assoluta alla pratica riformatrice e alla strategia
della gestione per poi, incredibilmente, lasciare larghi spazi
di interpretazione territoriale nella spietata logica
dell’esaltazione della concorrenzialità associativa per
accaparrarsi qualche tessera in più. E proprio sull’onda di
“interpretazioni territoriali” si spiega come pregevoli
intese programmatiche in sede di UNAVI nazionale, vengono
regolarmente e strumentalmente disattese ed anche avversate in
alcune parti del Paese. Il tasso di riformismo delle
Associazioni, tanto declamato nel documento UNAVI (che per
quanto ci riguarda condividiamo anche nella punteggiatura) deve
coerentemente essere omogeneo su tutto il territorio nazionale.
C’è ancora tanto da lavorare in tal senso ad iniziare dalla
necessità di dare seguito ai punti salienti di quell’accordo
e a partire dalla esigenza di favorire una stretta connessione
tra le ragioni della caccia e gli interessi generali della
società. Da una parte esse sono, come già detto, l’esigenza
di un ambiente migliore e ben governato e la ricerca di un
equilibrio tra macrotrasformazioni e qualità della vita,
consumo e conservazione, economia ed ecologia. Dall’altro lato
vi è la necessità di consolidare e mantenere ferme, come
ribadito nel documento UNAVI, storia e radici delle nostre
popolazioni affermando i valori e le tradizioni del sistema
della ruralità, del quale l’agricoltura di qualità e
multifunzionale è motore fondamentale e le attività umane,
quali la caccia, sono parte integrante. Con questi riferimenti
occorre ora dare seguito operativo all’accordo siglato tra
UNAVI ed Organizzazioni Professionali Agricole per il buon
governo del territorio che è auspicabile sia presto esteso a
Federparchi e Legambiente anche per non lasciare “sospeso”
su inutili e virtuali riconoscimenti il rapporto tra caccia,
ambiente e agricoltura. Noi riconosciamo al settore primario di
aver lavorato proficuamente alla ricerca di sinergie ed
equilibri tra città e Campagna, di essersi riqualificato nel
ruolo e nelle funzioni superando vecchie logiche
assistenzialistiche, che facevano più comodo al potere
politico. E’ stato un atto di responsabilità verso il Paese
soprattutto, ripeto, per il progetto sociale, economico e
culturale che porta innanzi l’agricoltura: servizi,
multifunzionalità, qualità. Noi vediamo nell’impresa
agricola il perno di una operazione culturale (la ruralità e le
tradizioni) e socioeconomica (presidio del territorio e
sviluppo). La caccia e la gestione del territorio ai fini
faunistici possono inserirsi, mantenendo la loro caratteristiche
di promozione sociale ed ambientale, nel ciclo produttivo di
qualità dell’impresa agricola. Per questo crediamo che il
territorio rurale possa divenire un “contenitore
multifunzionale” di processi diversificati, una pluralità di
attività, soggetti e prodotti, a partire dalla agricoltura, il
commercio, la piccola industria, la caccia e la gestione del
territorio. Insomma per ruralità intendiamo la qualità di un
consumo opportunamente diversificato: che risponde alla logica
del mercato nelle aziende agro-turistico-venatorie (15% del
territorio) e nella produzione faunistica destinata al consumo
venatorio dell’azienda stessa e che risponde invece alle
regole della qualità nella restante parte del territorio
attraverso cura e manutenzione del paesaggio, riproduzione allo
stato naturale di fauna autoctona, utilizzazione di parti del
territorio per determinare le migliori condizioni di habitat
(siepi, set-a -side faunistico, mantenimento di zone
acquitrinose, rivoli d’acqua per abbeveraggio, zone
ombreggiate e cespugliose, ecc). Va da se che laddove le regole
della qualità determinano un calo quantitativo della produzione
quindi un possibile minor reddito questo va integrato con
agevolazioni fiscali, pagamento dei danni provocati dalla
selvaggina, contributi finalizzati e altre forme di sostegno
economico. Tutto ciò per non creare squilibri di reddito tra
territori destinati all’una e all’altra produzione. Al
riguardo l’ARCI CACCIA, subito dopo il Congresso, si farà
promotrice di appositi disegni di legge che, naturalmente,
sottoporrà all’attenzione delle Organizzazioni agricole e
dell’UNAVI per raccogliere tutti i suggerimenti che si riterrà
opportuno dare. Analoghi provvedimenti legislativi saranno
proposti anche a sostegno delle attività di Volontariato e di
Protezione civile che noi consideriamo cardini di una politica
ambientale, rigorosa e impegnata. Molto poco, troppo poco, fin
qui è stata considerata l’attività del Volontariato. Eppure
è al Volontariato che sono riconducibili i risultati gestionali
raggiunti. Primaria ed essenziale per l’ARCI CACCIA è la
ricerca scientifica che deve essere libera e al di sopra delle
parti; ricerca scientifica che ovviamente va sostenuta con
adeguati investimenti sviluppando l’INFS, le strutture
regionali, gli istituti universitari e raccordandoli tra loro.
Se concordiamo su questo quadro di riferimento che vi ho appena
esposto, proponiamo per coerenza sul piano delle alleanze la
costituzione di un Osservatorio di natura
tecnico-politico-giuridico come sede da cui valutare e proporre
idee e soluzioni dei problemi che di volta in volta si porranno
sui piani nazionale e regionale. A tale Istituto, che potrebbe
anche assumere il carattere di una Fondazione, potranno
partecipare come parti costituenti Associazioni, personalità
politiche, culturali, scientifiche, pubblici amministratori,
parlamentari e giuristi, e, naturalmente i maggiori dirigenti
del mondo venatorio, agricolo e ambientalista. Proponiamo che
l’Osservatorio sia intitolato a Laura Conti che insieme a
Carlo Fermariello furono i maggiori protagonisti della riforma
venatoria. Se sul piano delle idee e delle proposte appare
fondamentale il ruolo dell’Osservatorio, ad esso bisogna dare
forza propulsiva con una più convincente ed organizzata unità
del mondo venatorio per la quale il superamento della crisi
dell’UNAVI è già un buon auspicio che potrebbe essere
solidificato dalla costituzione delle UNAVI regionali e
provinciali. L’UNAVI si è confermata, e sempre più sarà, un
sistema di coalizione interassociativo, in cui coabitano
convergenze ed anche diversità: con la buona volontà di tutti,
potrebbe sfociare in una vera e propria Federazione. Un
ulteriore, determinante contributo all’unità organica di
questo mondo deve venire da quanti condividono il progetto di
una caccia ecocompatibile e popolare . Per questo facciamo
appello a tutti i cacciatori, indipendentemente dalla loro
attuale appartenenza associativa, la nostra compresa, perché
partendo da un Manifesto programmatico si dia vita ad un nuovo
soggetto associativo che consenta il superamento degli attuali
schieramenti. Il trasferimento della materia caccia alla potestà
regionale pone al mondo venatorio, e quindi anche a noi, la
necessità di ripensare il proprio modello associativo per
adeguarlo al nascente federalismo che diciamo subito non va
inteso come frazionamento di poteri in cui ognuno si fa gli
affari propri. Al contrario il regionalismo venatorio va inteso
come un modo realistico di avvicinare di più la caccia, le sue
esigenze, i suoi contenuti alla gente del luogo, della Regione,
ma ciò va fatto con spirito armonioso e solidale nei confronti
dell’intero Paese. Guai a chiudere gli occhi sulle necessità,
sui bisogni, sui problemi delle Regioni più deboli per numero
di cacciatori , per insensibilità o incapacità degli
amministratori; guai a dimenticarsi l’essenza del principio
della solidarietà. Trasformare il principio del regionalismo in
tanti piccoli Principati inevitabilmente rischierebbe di essere
per la caccia l’inizio della fine esponendola senza difese
all’attacco del consumismo finalizzato alle esigenze di un
mercato privatizzato. Ecco perché noi proponiamo di assumere
come perni fondamentali della nostra Associazione i Comitati
Federativi Regionali che trovano nella Conferenza dei Presidenti
l’organismo di direzione organizzativa (l’armoniosità cui
accennavo poc’anzi) ed economica per garantire il giusto
flusso delle risorse in un impiego solidale che coniughi le
esigenze del decentramento a quelle di un maggiore radicamento
dell’Associazione in ogni parte del Paese per meglio
equilibrare la consistenza numerica al valore politico che già
oggi esprimiamo per unanime riconoscimento. Ma la politica da
sola non basta se non è accompagnata da una qualificata rete di
servizi. Possiamo e dobbiamo fare di più su diversi punti: da
quello dell’informazione a cominciare dal rilancio del nostro
giornale ad una migliore qualificazione del sito Internet, dalla
creazione di gruppi di lavoro e di approfondimento,
all’assistenza legale e di progettazione al fine di assicurare
una maggiore collegialità alla direzione dell’Associazione.
Una maggiore e più qualificata presenza organizzativa sul
territorio consentirà di rispondere appieno all’esigenza di
un radicamento regionalista dell’Associazione ma anche di
rafforzare l’identità e l’indivisibilità dell’ARCI
CACCIA. Non è un caso che un gruppo di parlamentari di destra,
capeggiati dal sen. Magnalbò, che peraltro vedo imperversare
alle riunioni di una buona parte del mondo venatorio, abbia
proposto di annullare, con legge, il riconoscimento nazionale
delle Associazioni Venatorie. Frazionare il mondo della caccia
in mille rivoli consente ad un certo ceto politico di omologarla
su una base corporativa e localistica. Diventa così più
semplice per i padroni dell’informazione, dei mercati, delle
assicurazioni, delle televisioni acquisire consenso a basso
prezzo. Ai signori come Magnalbò rispondiamo citando Gandhi:
“Si può uccidere un fiore, due fiori, tre... Ma non si può
impedire la primavera”. E una buona ventata di primavera nel
CONI c’è stata. Il riordino dell’Ente, che è stato
sollecitato a gran voce e con determinazione delle forze sane e
democratiche del movimento sportivo italiano, ha offerto la
possibilità al CONI, se saprà coglierla, di rilanciare la sua
azione e il suo particolare ruolo pubblico. Trasparenza,
partecipazione, rinnovamento dovranno essere le linee guida che
il CONI e le sue Federazioni dovranno acquisire per dare
rappresentanza e protagonismo ai cittadini dello sport: ai loro
diritti, alle loro aspirazioni, ai loro bisogni. Finalità,
queste, che avrebbero potuto essere perseguite con maggiore
vigore se alla riforma del CONI fosse seguita la riforma
complessiva del sistema sportivo. Scuole, Regioni, Esercito,
Fabbriche, Sindacato, associazionismo democratico: oggi in campo
a promuovere ed affermare lo sport per tutti avrebbe potuto
esserci, a pieno titolo, una pluralità di soggetti. L’ULIVO
ha mancato del coraggio necessario per completare, in materia,
una discreta azione di governo. Per quanto ci riguarda
continueremo a sollecitare il nuovo Governo nella direzione
riformatrice. Certo è che non può non spaventare l’uscita
del Ministro Tremonti che alla parola cittadinanza preferisce la
parola privatizzazione. E questo suo intendimento, non nuovo per
questo Governo anche in altri settori, lo riserva anche allo
sport che vorrebbe privatizzare attraverso una Spa, dirottando i
proventi dei concorsi all’Agenzia delle Entrate per restituire
poi le briciole allo sport stesso. Un modo nemmeno tanto
originale per normalizzare lo sport su un piano di grande
business commerciale e televisivo. Dopodiché non si esprima
meraviglia che il fenomeno del doping è assurto a sistema “
ben indirizzato “dalle solite mani criminose. Comunque la
riforma dell’Ente, seppure parziale, ha permesso di portare a
conclusione l’obiettivo di veder riconosciuti a rango di
Federazione gli sport del Percorso di Caccia, della Cinofilia
senza sparo e del Tiro a Palla. La nascita della FIDASC e il suo
riconoscimento ci inorgoglisce perché per questo traguardo ci
siamo sempre battuti. La FIDASC apre una fase nuova per tutti i
cacciatori che praticano quegli sport e ne chiude un’altra
caratterizzata da una evidente anomalia. La decisione ora è
stata presa: è stata sancita l’assoluta separatezza che
esiste tra caccia e sport, e soprattutto è stato ribadito il
dettato costituzionale che vuole, anche nello sport, i cittadini
uguali davanti alle Istituzioni. La FIDASC pertanto dovrà
sviluppare la sua attività sportiva, attraverso le Società, in
maniera autonoma senza intrusioni, non ammesse, da parte delle
Associazioni Venatorie che dovranno avere, invece, la forza di
liberarsi da sterili dibattiti di primogenitura o di
duplicazione dell’attività agonistica per ragioni di bandiera
e di visibilità. Invitiamo tutto il mondo venatorio ad una
serena riflessione sulla distinzione dei percorsi e a non dare
giudizi affrettati anche su quanti, autorevolmente, con
competenza e spirito di servizio, si stanno adoperando per il
decollo della FIDASC. Dovrebbero essere ringraziati per
l’opera meritoria svolta anziché essere tacciati di eccessivo
protagonismo. Come disse il filosofo liberale Ortega Y Gasset
“Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta
gente preferisce giudicare”. Ci aspettiamo ora che il CONI, a
conclusione del processo costitutivo delle FIDASC territoriali,
per il quale onestamente avremmo preferito regole più
democratiche, riconosca alla FIDASC adeguati sostegni
organizzativi, strutturali e finanziari. Oggi con il solo
autofinanziamento, la FIDASC ha raggiunto traguardi sportivi di
eccellenza mietendo ovunque medaglie e successi: ultimo, ma non
per importanza, il campionato europeo di percorso di caccia
svoltosi in Portogallo dove gli atleti azzurri hanno portato a
casa una medaglia d’oro, quattro d’argento e due di bronzo.
La situazione nuova che si è creata ci consente di continuare a
lavorare per l’unità del mondo venatorio per il quale la
concentrazione delle attività sportive sotto un unico segno,
quello della FIDASC, è certamente un traguardo importante da
salvaguardare e rafforzare, solidificare come un ceppo miliare
su quel cammino della riunificazione venatoria al più alto
livello che era nelle intenzioni dei promotori e nella carta
costitutiva dell’ARCI CACCIA trentatre anni fa, che si è per
ora coagulata nell’UNAVI e ci auguriamo tutti si realizzi
presto in una più adeguata struttura, la Federazione, che possa
agire su tutti i piani: operativo e organizzativo oltrechè
politico e di prospettiva culturale fortemente ispirata alla
solidarietà. Il riconoscimento della FIDASC ci fornisce
l’occasione per potenziare e allargare gli orizzonti
dell’attuale CSAA e delle sue Leghe verso l’ambiente e la
protezione civile, le politiche di tutela e riproduzione di
habitat, il sostegno e la riproduzione di una fauna autoctona
che consenta quel prelievo ecocompatibile nel quadro di una
attività di contenuto culturale dai caratteri fortemente
popolari e sociali di cui parlavo prima illustrandovi la scelta
centrale dell’ARCI CACCIA per il prossimo quadriennio. Un
Centro Sport all’Aria Aperta che allarga i suoi orizzonti per
divenire Centro Sportivo e per le Attività Ambientali; il CSAA
arricchirà il suo essere Associazione di altre Leghe,di altre
discipline, di altre attività specifiche e svilupperà sempre
più una sua attenzione politica, di studio, di riflessione, di
idee e di proposte verso le tematiche dell’ambiente e della
natura, delle lotte a difesa della Terra, quindi della qualità
della vita e dell’Uomo. Tutto questo a conferma della diversità
dell’ARCI CACCIA in tema di attenzione ambientale nel
variegato mondo venatorio; ARCI CACCIA che avrà con il CSAA,
nuovo Centro Sportivo e per le Attività Ambientali, un rapporto
federativo per riaffermare il comune e generale intento di
miglioramento della società civile di questo nostro Paese.
Accanto alla primaria attenzione per l’attività ambientale e
di protezione civile, il CSAA manterrà, in un quadro di
distinzione dalla FIDASC e dalle altre Federazioni del CONI (FITAV
e UITS), il suo ruolo sportivo promozionale e propedeutico così
come svilupperà le tante altre attività, dalla micologia alla
falconeria, dal trekking alla caccia fotografica, dal tiro con
l’arco all’escursionismo a cavallo, che si svolgono
all’aria aperta. Sul fronte cinofilo la nostra mission non è
riferibile alla selezione zootecnica di competenza dell’ENCI,
né all’impegno agonistico, di esclusiva competenza della
FIDASC. Con la cinofilia, per quanto ci riguarda, intendiamo
preparare al meglio il cacciatore e intendiamo avere riscontri
sul livello di gestione faunistica di un determinato territorio.
Certo, però, ci preoccupa non poco l’attuale crisi dell’ENCI,
già da anni ingovernabile in virtù dell’assoluto monopolio
di gestione affidato nelle mani di pochi a causa di regole
statutarie antidemocratiche e riformate solo parzialmente. Per
di più, sull’ENCI ormai si sono riversati i pruriti politici
del palazzo e si passa, disinvoltamente, da un commissariamento
all’altro. Su questo fronte il mondo venatorio non può
rimanere alla finestra. Per questo inviteremo le altre
Associazioni, in sede di UNAVI, ad una riflessione congiunta per
decidere assieme, le iniziative da adottare. Per noi cinofilia
significa pure impegno sociale a cominciare dalle iniziative
volte a costruire un giusto rapporto uomo-cane (in questo senso
si inquadra l’intesa con la CIA per garantir una adeguata
ospitalità ai cani ed ai loro proprietari nelle Aziende
agroturistiche) e atte a prevenire il fenomeno del randagismo.
Esperienze importanti sono state maturate in tal senso. Su tutte
“Operazione C” una iniziativa che ci ha visto protagonisti a
Ottaviano. Alla luce dei nuovi compiti il CSAA dovrà
rimodellare il suo assetto organizzativo intrecciando, in un
rapporto costruttivo, le specificità verticali (le Unioni
Settoriali) e le strutture orizzontali (i comitati regionali).
Signori ospiti, care delegate, cari delegati, le nostre
Associazioni arrivano dunque agli appuntamenti congressuali
avendo alle spalle un quadriennio di intensa attività, e
consentiteci un pizzico di immodestia, di risultati importanti
centrati a volte anche con iniziative originali come Caccia a
Tavola, che abbiamo visto con piacere, senza invidia, vedere
replicata con analoga iniziativa da altre Associazioni. Ma siamo
anche un popolo in cammino verso nuovi orizzonti. L’immagine
del Congresso, così fortemente simbolica, attesta bene questa
nostra volontà. Armati di capacità critica, tenendo a
riferimento gli interessi generali, misureremo le nostre idee
con le idee degli altri se ci verranno proposte. Di una cosa
siamo certi: gli uomini e le donne del dipinto del Quarto Stato,
idealmente, continueranno a camminare con le gambe di tutte
quelle migliaia di volontari, associati e dirigenti
rappresentanti dei movimenti di oggi che, per quello che dicono
e per quello che fanno, sono un patrimonio della società.
Naturalmente quelle gambe sono anche le nostre gambe. A loro, a
Carlo e Luciano e ai tanti altri che non ci sono più,
dedichiamo il nostro Congresso impegnandoci a lavorare, con la
caccia ed oltre la caccia, per il bene comune e lo sviluppo
democratico del nostro Paese coniugando la nostra storia
passata, di cui siamo orgogliosi, con quella futura centrata
sulla crescita e sull’innovazione, Ricordiamo amici quello che
disse un grande: “ Ognuno di noi ha un paio di ali ma solo chi
sogna impara a volare”. Buon lavoro!
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